Lo Stato riconquista Gomorra. Ma non è finita

PIOVRA Le inchieste non risparmiano i colletti bianchi e i legami con la politica

Carmine Spadafora

Napoli«La roba della CaFa90 non è buona, i provini non escono bene». L’imprenditore Salvatore Brescia bolla così quel cemento scadente prodotto dalla ditta «consigliata» e lo scarta. Il giorno dopo gli sparano alle gambe. È il novembre 2007. Un salto indietro nel tempo (agli anni 90) e nello spazio: da Napoli al basso Lazio. Un esponente della famiglia Sinti che controlla i locali traffici illeciti si incontra con gli emissari del clan dei casalesi, che vuole estendere il proprio giro d’affari. Sono venuti a recapitare un messaggio sottolineato dalle mitragliette spianate: «D’ora in avanti versate ai casalesi 20 milioni di lire al mese», il prezzo della «concessione» per continuare a gestire estorsioni e usura.
Affari legali o illegali: per la camorra va tutto bene, i soldi non puzzano mai. La tecnica è sempre la stessa, imporre il proprio controllo con la forza militare. Un metodo che funziona finché regnano la paura e l’impunità. E che crea imperi con bilanci da miliardi di euro. Ma che succede se centinaia di «soldati» e i loro capi finiscono in manette? Che succede se qualcuno comincia a rompere il muro del silenzio complice?
La guerra è ancora lunga, ma a mettere in fila una dietro l’altra le battaglie vinte negli ultimi tempi, perlomeno appare chiaro che lo Stato a rinunciare a combattere non ci pensa proprio. Partiamo dall’ultimo scontro campale, non fosse altro perché ha segnato la riconquista di Gomorra. A Scampia 67 camorristi sono finiti in manette: comprese donne, imprenditori incensurati, perfino ragazzini. Parliamo del quartiere simbolo del degrado e del potere dei clan diventato teatro del libro di Roberto Saviano e del film pluripremiato. E se i simboli in questa guerra contano qualcosa, ieri è stata una giornata importante di questa infinita campagna, a cui per la prima volta ha preso parte anche l’esercito: l’8° reggimento dei Bersaglieri ha collaborato con la polizia nell’altro colpo messo a segno ieri, la cattura di Franco Letizia, boss del ramo casertano della camorra, quello dei casalesi.
La vittoria conseguita a Scampia non è da poco: una batosta vera per gli «scissionisti», i ribelli staccatisi dalla cosca capeggiata da Paolo Di Lauro, detto «Ciruzzo 'o milionario», per mettersi in proprio, scatenando una «guerra commerciale» costata una cinquantina di morti tra il 2004 e il 2005, oltre i feriti e gli attentati con esplosivo e molotov. Adesso nei quartieri e nei comuni a nord di Napoli comandano gli scissionisti. Anzi, comandavano, bisognerebbe dire, perché gli arresti di ieri sono stati un vero terremoto per il clan.
Purché non si ripeta lo scandalo di Raffaele Amato, uno dei capi della fazione di Scampia. Arrestato nel 2005, fu scarcerato per decorrenza dei termini e, ovvio, sparì. Fino a pochi giorni fa, quando è stato rintracciato nella «vacanza» a Marbella, in Spagna.
Il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore conferma l’importanza delle ultime vittorie («Il clan Di Lauro è quasi scomparso e agli scissionisti abbiamo dato un colpo letale, colletti bianchi compresi») e frena sull’esito finale della guerra, come è giusto che sia: «Piano col dire che la camorra è sconfitta, la guerra è ancora lunga».
I boss della camorra napoletana, a parte i potenti fratelli Russo, sono quasi tutti in carcere: dai fratelli Vincenzo, Maria e Piero Licciardi, a Di Lauro e Raffaele Amato, dai Giuliano ai Mazzarella. Tra i casalesi, è dentro il numero uno, Francesco «Sandokan» Schiavone e a settembre è finita in manette anche la moglie. In cella ieri anche Letizia, già erano stati catturati Francesco Bidognetti e il vice Giuseppe Setola, l’uomo della strage degli africani a Castelvolturno. «Bisogna evitare che altri ne prendano il posto - dice Lepore - il loro esercito è possente. Ma noi vigiliamo». Nel frattempo viene colpito anche il tesoro della camorra: al clan Licciardi, nel 2008 sono stati sequestrati 300 milioni tra titoli e partecipazioni (e i sequestri nel 2008 sono aumentati del 52%). Ieri sono stati sequestrati i conti della Banque Monegasque de Gestion, nel Principato di Monaco, attraverso i quali venivano riciclati i denari frutto dell’infiltrazione negli appalti, filtrati grazie a una costruzione di scatole cinesi societarie in paradisi fiscali. E anche il legame con la politica non è intoccabile: l’anno scorso sono stati sciolti 4 comuni del napoletano e altri 40 sono «sotto osservazione».
Non è il caso di rilassarsi: «Schiavone, Iovine e Zagaria: non valete niente», urlò Roberto Saviano. Due dei tre boss dei casalesi sono ancora liberi. Forse quell’urlo non resterà inascoltato a lungo.