Lo Stato sociale banco di prova del nuovo governo

Fredrik Reinfeldt ha vinto la sua scommessa e subito, automaticamente, ha cominciato a giocarsene un’altra, molto più importante. È riuscito, fornendo il centrodestra di un qualche ritocco d’immagine, a centrare di misura (ma tutto avviene di misura nella politica svedese) il suo obiettivo primo: sloggiare il premier socialdemocratico Goran Persson e la sua coalizione di centrosinistra. La maggioranza parlamentare è sottile (7 seggi su 349), ma è anche la più larga di cui il centrodestra disponga nel Riksdag pressappoco da un secolo.
È dagli anni Trenta che i socialdemocratici dominano la politica svedese. Hanno governato da allora quasi ininterrottamente e le brevi interruzioni hanno visto all’opera governi di minoranza. Il difficile, come si è detto, viene adesso: impostare un’azione di governo che raggiunga gli obiettivi proposti da Reinfeldt senza modificare la struttura «ideologica» del Paese. Quella di cui il nuovo premier dispone è una «finestra di opportunità»: quattro anni in cui far passare le riforme che la maggioranza degli svedesi, eleggendolo, ha riconosciuto necessarie. Non una di meno perché non basterebbero, non una di più perché si uscirebbe dal mandato. Che è arduo ma nitido: riformare lo Stato sociale senza intaccarlo.
L’economia svedese è, in termini assoluti, tuttora prospera ma da decenni in declino. Il motivo principale sono proprio i costi del Welfare, sempre meno sostenibili in una economia mondiale globalizzata e, nel caso della Svezia, a causa dell’integrazione che inevitabilmente segue l’ingresso nell’Unione Europea. Le leve non sono molte e Reinfeldt le ha indicate in due: ridurre i costi del lavoro mediante un alleggerimento specifico della «tassa sui salari» senza ridurre i salari, ma anzi dando ai lavoratori nuovi incentivi e, dall’altra parte, limitare i benefici per i disoccupati, ormai troppo alti in paragone con i salari col conseguente disincentivo a cercare lavoro.
La campagna elettorale si è giocata su due cifre percentuali ciascuna delle quali dava una chiave per interpretare lo stato di salute del Paese: la statistica della disoccupazione e quella dell’occupazione. I senza lavoro fra gli svedesi che cercano un lavoro sono relativamente pochi, attorno al 6 per cento, uno dei migliori risultati in Europa. Ma gli svedesi che non cercano lavoro sono oltre il 10 per cento, un record negativo. Dal contrasto fra le due cifre emerge che un considerevole numero di persone in età e capacità lavorative sono «parcheggiate» in «scuole di perfezionamento», elevati sussidi di disoccupazione, assenze per malattia e attività burocratiche non produttive.
Il nuovo governo ha dunque il compito, l’ambizione e il dovere di ridurre il divario fra queste due cifre. Cosa non facile perché gli elettori sono disposti a correggere i difetti dello Stato assistenziale, ma non a metterne in discussione le basi e l’incidenza globale sull’economia. Una riforma conservatrice del genere attuata un quarto di secolo fa in Gran Bretagna da Margaret Thatcher è impensabile nella realtà politica e culturale scandinava. Quello che si può fare, e che Reinfeldt si propone di fare, è alleggerire selettivamente la pressione fiscale e diminuire, altrettanto selettivamente, le elargizioni in alcuni settori. Altre due volte il suo partito ha avuto occasione di farlo, nei suoi brevi interludi di governo, ma non c’è riuscito sia perché non disponeva di una maggioranza, sia perché appariva, sia pure a torto, troppo «estremo» per la «ideologia» dominante nel Paese.