Stato sociale, libertà di scegliere prima di tutto per i più poveri

Paolo Del Debbio

La più urgente di tutte le riforme è quella del Welfare. Tutti d’accordo, a parole. Di lì a passare ai fatti c’è di mezzo il mare della politica, partiti e sindacati. Ma soprattutto corporazioni: gente che ha dei privilegi e che non pensa neppure a metterli, in qualche modo, in discussione. Ai giovani si dovrebbe dare più che ai padri, ma i pensionati non si toccano; ai giovani disoccupati si dovrebbero offrire più opportunità, ma guai a togliere le tutele classiche del lavoro a tempo indeterminato. La sanità non funziona, ma guai a provare a rimettere in pista la molteplicità di strutture e di soggetti sociali (pubblici e privati) che ostracizzò la riforma del 1978.
Perché tutte queste difficoltà? Perché mancano, spesso, le idee chiare sulla strada da percorrere concretamente e perché, quando anche ci sono, non sono corredate da un supporto di tipo filosofico-culturale che ne facciano apprezzare la visione generale e generino consenso attorno a esse.
In questo senso duplice di marcia si muove l’ultimo e, come al solito, ricco numero della rivista Atlantide della Fondazione della Sussidiarietà presieduta da Giorgio Vittadini.
Il numero prende le mosse teoriche da un saggio di Pierpaolo Donati dove si approfondisce la fine del cosiddetto modello hobbesiano dell’ordine sociale dove non c’è spazio per relazioni che nascono nella società civile e si alimentano in essa. Si deve superare questo modello infrangendo il muro che separa lo Stato del Leviatano dalla società civile stessa rivedendo queste relazioni alla luce del principio di sussidiarietà.
Per dire della vivacità del dibattito negli Stati Uniti vengono pubblicati due interventi: uno di Charles Murray, noto politologo, che propone di far passare la gestione delle risorse dalle mani del governo a quelle delle persone e dei gruppi attraverso la ridistribuzione di un assegno annuale di 10mila dollari da erogare a tutti i cittadini americani con più di ventun anni e non sottoposti a pene detentive; l’altro di Marvin Olasky che propone di innalzare l’età della pensione a settant’anni come un dovere etico-religioso. Proposte che da noi solleverebbero scandali ma che rilevano la vivacità di un dibattito che da noi non c’è.
Giustamente il numero affronta uno dei temi centrali del dibattito sulla riforma del Welfare e che ostacola una più sentita e decisa adesione dei politici all’adozione del principio di sussidiarietà. Affidare alle persone la libertà di scelta e introdurre dosi massicce di privato-privato e di privato-sociale nella gestione dei servizi sociali non porta a lasciare gli individui in balia del mercato? Non è così. Anzi, è vero il contrario e lo dimostrano gli articoli di Musu e Antonini sul rapporto, appunto, tra equità e sussidiarietà o di Micossi sulla sanità.
Più libertà di scegliere significa più libertà di scegliere per gli indigenti. I ricchi, questa libertà, ce l’hanno già.