Uno Stato al di sopra delle leggi

Nel luglio 2000, dunque, viene solennemente approvato lo Statuto dei contribuenti: parte una nuova era di civiltà giuridica. Almeno, così sperano tutti. Fra le tante norme del nuovo Statuto (molte delle quali poi disattese) ce n’è una che prescrive questo: gli atti dell’amministrazione finanziaria e dei concessionari della riscossione devono indicare «tassativamente l’ufficio presso il quale è possibile ottenere informazioni complete in merito all’atto notificato o comunicato e il responsabile del procedimento». La Pubblica amministrazione, però, perlopiù non fa neppure caso alla prescrizione, va avanti come se nulla fosse. Gli uffici più diligenti inseriscono una frase generica (tipo: responsabile è il Direttore dell’ufficio o suo delegato) che non serve a niente, lascia - in buona sostanza - le cose al punto di prima.
La questione viene allora sottoposta all’esame della Corte costituzionale.
E la Consulta - con una esemplare decisione, dello scorso novembre - non solo dice che la norma è legittima, ma ne fa anche l’elogio. Anzi, aggiunge che le cartelle di pagamento devono indicare le generalità del responsabile, e non solo i dati del procedimento che si svolge presso l’amministrazione finanziaria, come invece solitamente avveniva, nei rari casi in cui si applicava lo Statuto. Tutto a posto e chiaro, dunque.
E invece, il bello comincia proprio ora. Intervengono i politici, immagino su pressione dei burocrati. Alle Commissioni della Camera (che hanno all’esame la conversione in legge del cosiddetto decreto milleproroghe) spunta un emendamento - presentatori i due relatori del provvedimento, targati Pd e Rosa nel pugno - nel quale, in poche parole, si dice questo: che con lo Statuto dei contribuenti s’era scherzato, che la nullità delle cartelle prive delle richieste indicazioni viene - farisaicamente, mi si permetta - confermata, ma solo a far tempo dalla conversione del decreto legge citato (pressappoco, dalla fine di febbraio in poi). In parole chiare: quel che è fatto è fatto, e va anche bene; lo Statuto avrà un’applicazione differita.
La sanatoria ha dell’incredibile. Si vara una norma alla quale si attribuisce grande valore, che la Corte costituzionale conferma di grande civiltà, e in quattro e quattr’otto la si annulla per tutto il periodo - più di sette anni - dall’approvazione a oggi.
Ma chi deve mai avere fiducia in uno Stato del genere? In un’Amministrazione che fa quel che vuole, che si ritiene al di sopra della legge (persino di una legge «solenne» come doveva essere lo Statuto) e che ottiene anche il formale avallo del suo comportamento - se l’aula ratificherà l’operato della Commissione - dal Parlamento? E si ha il coraggio, poi, di meravigliarsi che la gente non creda più a niente, e a nessuno?
Del resto, lo Statuto del contribuente contiene anche una norma che stabilisce che «i termini di prescrizione e di decadenza per gli accertamenti di imposta non possono essere prorogati».
Per l’Ici, dal 2000 non sono mai stati rispettati i termini di legge: i Comuni si danno - meglio: si fanno dare - anni e anni di tempo. Nerone - sì, proprio lui, nel 58 d.C. - stabilì il termine massimo di un anno per il recupero degli inadempimenti fiscali.
Torniamo a Nerone, se non è troppo tardi.
*Presidente Confedilizia