Per lo Stato ufficialmente redenti ecco i pentiti con licenza d’uccidere

Nei dossier riservati di polizia e carabinieri i nomi di centinaia di collaboratori che usciti di galera hanno continuato a delinquere

Pentiti con licenza di uccidere. Se si dà un’occhiata alle statistiche riservate sui criminali «redenti» che continuano a delinquere a spese dello Stato, si scoprono centinaia di segnalazioni. Il principe dei recidivi è Balduccio Di Maggio, quello del bacio Riina-Andreotti: nel ’97, già sotto protezione, compie attentati, estorsioni, combatte i vecchi nemici a San Giuseppe Jato. Poi taglieggia un imprenditore in Toscana, a gennaio 2001 viene sorpreso a far da consulente per un traffico di droga. Idem il socio mafioso Salvatore Contorno, beccato a smerciare partite di stupefacenti a Formello, vicino Roma, quindi a ricettare gioielli e merce rubata (secondo il testimone di giustizia Matteo Litrico), a tentare estorsioni a un ex compagno di cella. Gioacchino La Barbera, reo confesso della strage di Capaci, maneggia impunemente esplosivi. Giuseppe Ferone, detto «Camisedda», fa uccidere la moglie del capomafia Santapaola e nel 1996 ordina la strage al cimitero di Catania dove muoiono un ragazzino e la figlia del boss Antonino Puglisi.
Quanto ad Alfredo Giordano, camorrista del clan Moccia, finisce in manette nel ’98 per estorsione a un antiquario. Senza freni il romano Alceo Bartalucci che, prima di assassinare il poliziotto Massimiliano Turazza, a Fumane, mette a segno oltre 150 colpi in banca. E che dire ancora di Paolo Cianciolo, mafioso di Bagheria, che nel dicembre ’99 (approfittando di una pausa di un processo a Palermo) ammazza con 20 coltellate l’ex fidanzata. Per far fuori l’algerino Mohammed Hallal, il palermitano Vito Lo Forte, spara invece a Roma con una 38. Proprio come il pentito Roberto Salvatore Menzo che a marzo, nelle campagne di Gubbio, elimina così il «collega» Salvatore Conte. E ancora. Due rapinatori hanno perso il pelo ma non il vizio in Lombardia: Nino Monti, che agisce in proprio, e Vincenzo Antonino, che nel 1999 arruola persino un carabiniere nella sua banda. Il picciotto siracusano Concetto Cassia è catturato dalla polizia all’uscita di una gioielleria appena svaligiata a Pontedera.
Arrestati per colpi in banca nel centro di Roma, Claudio Severino Samperi e Maurizio Avola, due collaudati confessori della procura etnea. Poi ci sono Andrea Gallo e lo zio Guglielmo, testi anti-camorra: delinquono fino al 2002 quando vengono pizzicati con 4 chili di eroina. Se il messinese Luigi Forami torna in galera con l’accusa d’omicidio per esser stato assoldato come killer dalla moglie di un salumiere, un ex mafioso dei clan Cursoti, Piergiorgio Pantano, viene prima «ripreso» per ripetute molestie sui bambini e poi arrestato per aver tentato un’estorsione millantando poteri paranormali. Per cinque anni nessuno si accorgerà della doppia vita del siciliano Pierluigi Sparacio, che non smette praticamente mai di gestire gli affari sporchi della cosca. Nella disponibilità dell’ex camorrista Pasquale Loreto nel 1995 viene rinvenuto quasi un miliardo di lire, frutto di usura. A capo della gang dei sequestri-lampo sgominata a Roma nel marzo del 2000 spicca il pugliese Francesco Leone. S’è invece inventato il rapimento del figlio per accusare un rivale tal pentito Salvatorer Zirpoli. Un altro Salvatore, Maimone, lo rintracciano i poliziotti in una bisca a San Severino Marche.
A proposito di sequestri di persona: va male ad Aldo Mastini che a gennaio del 2000 prova, senza riuscirci, a rapire l’industriale modenese Luigi Cremonini. Sul fronte del traffico di droga, sono esemplari le seguenti storielle. Quella del boss della ’ndrangheta Giacomo Lauro, arrestato a giugno perché frequentava pregiudicati, precedentemente intercettato mentre spacciava in famiglia. Interrogato, s’è difeso così: «Mio fratello Bruno non è in grado di mantenersi se non spacciando droga. Cosa dovevo fare, non dovevo aiutarlo?». Quella del sicario della Scu, Giuliano Giorgi, arrestato con la fidanzata Pamela appena sbarcata a Fiumicino con un chilo di coca; la terza storia riguarda l’ex boss Marcello Rapisarda, incastrato in Emilia Romagna a coordinare una rete di mercanti di stupefacenti; l’ultima vede protagonista l’esattore del racket messinese Orlando Galato Giordano, divenuto spacciatore sotto protezione. Il veronese Franco Alberti un bel giorno confessa ai giudici d’aver venduto dosi anche lui «perché è impossibile troncare tutte le vecchie relazioni». Vincenzo Reder si pente due volte e per altre due volte si pente d’essersi pentito. Così, tra un pentimento e l’altro, spara. Il collaborante di Gela, Salvatore Dominante, il 13 aprile è condannato a due anni a Lanciano per aver chiesto il pizzo a un imprenditore. A Caltanissetta i carabinieri ammanettano, nel luglio 2007, Calogero Pulci intenzionato a far saltare una caserma e ad attentare al sindaco del suo paese. A Catania nei guai finiscono Giovanni Pellegritti (accusato di far parte del clan di Adrano) e Angelo Mascali (per il pm gestiva il racket delle estorsioni).
A Bologna, recentemente, Giuseppe Gagliandro «Danieli» è coinvolto in una maxi inchiesta sull’aeroporto. Un caso a parte, quello della collaborante Giacoma Filippello, vedova di un capomafia, arrestata per aver messo su un bordello a Trastevere, proprio come il pentito di Lecco, Antonio Parisi, che aveva fatto del suo domicilio una casa d’appuntamenti. Per finire la «stupefacente» pupa dei boss della Magliana, Fabiola Moretti: per traffico di droga viene arrestata una prima volta nel luglio 1998. Fa il bis nel 2001, insieme a un pentito di ’ndrangheta: Giovanni Gullà. Chiusura d’obbligo per Angelo Izzo, il mostro del Circeo: uccide madre e figlia nelle campagne di Campobasso. Si comportava bene, era in semilibertà.