"È stato Veltroni a rompere con noi. Ma ora si riparte"

Roma - Caro avvocato, in questi mesi per trovare una sua traccia l’unica era sbirciare sul sito «www.pecoraroscanio.it». E si restava interdetti: università verde, iniziative e cultura ambientalista, l’agroalimentare... Niente partiti! Proprio da lei, uno dei più loquaci dell’Ulivo e dell’Unione, non si sarebbe mai detto. Ma poi, la settimana scorsa, per fortuna...
«È vero. Mi ero ripromesso di non intervenire nelle vicende dei partiti del centrosinistra, finché fosse rimasto Veltroni alla guida del Pd».

Il suo fallimento, mezzo gaudio per tutti.
«Gaudio no. Però la deflagrazione del centrosinistra è cominciata quando Veltroni ha portato il Pd su una linea di rottura della coalizione... ».

Forse c’è speranza che Franceschini, o altri, riprendano presto un dialogo con forze politiche che non siano Di Pietro. Ci crede?
«Mi piacerebbe che dimostrassero la volontà e la capacità di costruzione di una nuova alleanza. D’altronde sembrerebbe anche naturale, dopo la sequela di tracolli e sconfitte, prendere atto che da soli non si vince».

Bisognerebbe aprire a voi dell’Arcobaleno.
«Alt. Premesso che parlo non come leader di partito, visto che abbiamo come portavoce Grazia Francescato, le rammento che i verdi fanno parte della grande famiglia ambientalista europea, che siamo stati co-fondatori dell’Ulivo di Prodi del ’96 e dell’Unione del 2006, che siamo sempre stati dei riformisti rigorosi impropriamente collocati nella sinistra radicale... ».

Povero Arcobaleno: orfano, vedovo e sfigato.
«Il cartello elettorale è stato un’altra delle conseguenze nefaste della forzatura di Veltroni».

Ovvero?
«Ovvero che la scelta dell’autosufficienza del Pd ci ha costretti a costruire in pochi mesi un’alleanza elettorale, pur essendo consci che non tutti i partecipanti fossero convinti di percorrere quella strada».

Diliberto?
«Diliberto e non solo. Anche dentro Rifondazione, come si è visto, la linea della trasformazione del partito in senso riformista non era seguita da tutti».

A parte quella triste storia elettorale, mi sembra nostalgico di Prodi.
«Non userei il tema della nostalgia. Però è vero che il Pd può cominciare la risalita soltanto ripristinando la verità sul governo dell’Unione e non continuando una squallida propaganda contro Prodi. Le sue scelte economiche sono state riabilitate persino dal governo Berlusconi, e io credo di aver fatto un ottimo lavoro al mio ministero, lodato anche all’estero. Così tanti miei colleghi. Ciò che mi ha più rattristato e deluso è stato vedermi colpito dal fuoco amico».

Allora che cosa non ha funzionato?
«Il discorso è lungo. Ma l’elemento determinante è stato la decisione di Veltroni, che ha fatto venir meno il vincolo di solidarietà dell’alleanza».

Il tasso di litigiosità però era elevato anche prima.
«Vero. Ma, come si vede, ora si è moltiplicato all’interno del Pd. Quindi forse i verdi o Rifondazione o Mastella c’entravano poco... Il grosso limite ed errore è stato che, invece di organizzare meglio la coalizione, proiettarla verso una federazione che parlasse il linguaggio europeo delle grandi famiglie del socialismo, dell’ambientalismo, della sinistra e dei liberali, si è preferito sparare sul quartier generale e distruggere tutto. Compresa la grande intuizione unionista di Prodi, l’unico leader capace in questi quindici anni di tener testa e battere Berlusconi alle elezioni due volte».

E ora come si riparte?
«La sfida è prima culturale che politica. Se non si innovano i valori, difficile contrastare l’egemonia della destra. Per questo occorre puntare sull’ecologia, sulla solidarietà e sulla laicità. Torneremo a vincere se abbiamo una linea chiara, decisa e condivisa sui temi che contano. E, soprattutto, se le nostre alleanze non sono armate Brancaleone».