Lo Stato vuole i 12 miliardi dimenticati in banca

da Milano

«Gentile cliente, la informiamo che il rapporto in oggetto è stato incluso nella categoria dei conti dormienti»: potrebbe iniziare così la raccomandata che un discreto numero di famiglie italiane riceverà nei prossimi giorni insieme al resto della corrispondenza. Niente a che vedere con la consueta “marmellata” di opuscoli promozionali, bollette, cartoline e comunicazioni periodiche che stipano le caselle postali; questa volta occorrerà prestare molta attenzione al postino. Domenica scorsa, infatti, è scaduto il termine entro cui ogni banca del Paese era tenuta a scrivere ai titolari dei conti correnti che giacciono inutilizzati da oltre dieci anni nei propri libri contabili.
Una paginetta nella quale gli istituti di credito chiederanno ai clienti di farsi vivi entro i prossimi sei mesi, di «risvegliare» il conto corrente, magari con un versamento, un prelievo o anche con una semplice dichiarazione. Il rischio, nel caso di completo silenzio, è che le banche estinguano i conti e trasferiscano il denaro nelle casse dello Stato. Più precisamente in un apposito Fondo, supervisionato dal ministero dell’Economia: nei progetti quasi un secondo «Tesoretto», con cui indennizzare quanti sono caduti vittima degli scandali finanziari degli ultimi anni (da Parmalat e Cirio fino ai bond argentini) e agevolare l’assunzione dei precari nella pubblica amministrazione.
In sostanza un esproprio collettivo con cui lo Stato punta ad appropriarsi di tutti i risparmi «abbandonati» da lungo tempo: libretti di risparmio, fondi di investimento o polizze assicurative. Di numeri ufficiali non ce ne sono ma il giro d’affari si preannuncia imponente. Come dimostrano le prime indiscrezioni: secondo quanto ricostruito da Radiocor, la sola Unicredit Banca, senza la dote dell’ex Capitalia e considerando i soli rapporti al portatore, conterebbe infatti oltre 27mila «casi» che il 17 agosto risultavano inattivi da dieci anni (14mila quelli di Monte dei Paschi). La superbanca di Alessandro Profumo ha imbucato le proprie raccomandate venerdì scorso così come Intesa Sanpaolo, l’altro peso massimo del sistema creditizio della Penisola. Allarmate le associazioni dei consumatori, convinte che in Italia siano circa 500mila conti correnti che giacciono sostanzialmente inutilizzati e che l’incasso per lo Stato oscillerà tra i 12 e i 15 miliardi. La stessa Abi, l’associazione presieduta da Corrado Faissola che raccoglie le banche italiane, resta però in attesa che trascorrano i sei mesi che la legge concede ai risparmiatori per reclamare i propri diritti.
Per l’esattezza 180 giorni, in pratica fino ad agosto, dopodichè le banche avranno altri quattro mesi per trasferire il denaro allo Stato che conta quindi di chiudere l’intera partita entro la fine dell’anno. Malgrado il lavoro di accertamento avviato dalle banche con l’invio delle lettere, individuare i legittimi proprietari non si preannuncia facile, soprattutto in caso di trasferimenti o se l’intestatario è scomparso senza comunicare nulla in proposito agli eredi. Anche perché le banche, oltre a essere il «vaso» in cui le famiglie piantano i semi dei propri progetti, possono essere depositarie di qualche ricordo o affetto «clandestino». Come dimostrano le cronache dell’incendio che il 7 giugno 1996 distrusse il quartier generale del Crédit Lyonnais a Parigi: i clienti recuperarono di tutto, inclusi quadri di valore e una collezione di violini del ’700, ma nelle casse di sicurezza di Boulevard des Italiens rimasero senza padrone sia lettere d’amore sia qualche foto erotica.