Lo Stato vuole prendersi anche il Dna

Stefano Zurlo

da Milano

Un disegno di legge approvato fra squilli di tromba da Palazzo Chigi e salutato con entusiasmo dai giornali. Finalmente, il prelievo del Dna potrà essere imposto a scippatori, stupratori, assassini e criminali di ogni risma. Un passo in avanti? Sì, a prima vista. Ma ora dal Tribunale di Milano si alzano critiche affilatissime. È il gip Giuseppe Gennari, autore di un saggio sull’argomento, a lanciare l’allarme: «Attenzione, il testo contiene all’articolo 1 una norma illiberale, di più liberticida: il prelievo dei campioni potrà essere imposto a chiunque. Non solo agli indagati o agli imputati, ma alle parti lese, ai testimoni, più in generale a tutti i cittadini. Almeno, chi ha scritto la norma avrebbe dovuto esplicitare il proprio pensiero, invece si liquida un argomento così importante in una riga e si ricorre al solito giro di parole per affermare che può essere sottoposta a prelievo anche una “persona diversa dall’imputato”».
Nella relazione accompagnatoria, si spiega qual è l’obiettivo del governo: la norma - è scritto - dà alla magistratura e «alla polizia giudiziaria il potere di disporre il prelievo coattivo di capelli e saliva sia nei confronti dell’indagato che nei confronti di persona non sottoposta ad indagini (ad esempio la persona offesa o il testimone)». Più chiaro di così. «Spiace - prosegue Gennari - constatare una mentalità inquisitoria nell’Italia del 2006. Nei Paesi anglosassoni, quelli che diciamo di voler imitare, non si fa così: lì gli screening di massa, introdotti in modo surrettizio dal disegno di legge, si fanno sì ma su base volontaria. Il cittadino è invitato a collaborare: poi decide lui». C’è un caso, drammatico, che la dice lunga sui risultati straordinari che si possono raggiungere mettendo le nuove tecnologie nelle mani dei pubblici ministeri. La storia viene riassunta da Amedeo Santuososso, giudice alla corte d’Appello di Milano e Presidente del Centro di ricerca sulle scienze della vita e il diritto all’università di Pavia: «Qualche anno fa ci fu un orribile delitto a Dobbiaco, in Alto Adige: una donna violentata e uccisa. Si trattava di una comunità ristretta e allora gli investigatori giocarono la carta del Dna, trovato grazie allo sperma».
Eccoci appunto allo screening di massa. «Ad un certo punto si scoprì una compatibilità parziale fra il Dna di un anziano signore e quello dell’assassino. Il Dna di un altro familiare si rivelò di nuovo assai vicino a quello del killer. Con una semplice ricerca all’anagrafe si scoprì che quel tizio aveva un figlio, lontano da Dobbiaco per il servizio militare, ma rientrato a casa in licenza proprio il giorno del massacro». Facile intuire la conclusione: «Gli investigatori andarono a trovare quel ragazzo e lui confessò immediatamente. Caso risolto». E allora? «E allora - riflette Santuososso - il problema è quello di mettere un limite al potere della polizia giudiziaria. Qui un padre ha scoperto di avere un figlio assassino e poi di essere stato lui, senza saperlo, ad accusarlo, anzi di fatto a condannarlo». Quel papà diventa un testimone inconsapevole, come il titolo di un celebro romanzo di Gianrico Carofiglio.
È corretta questa procedura? «Le obiezioni possibili - riprende Gennari - sono molte: osservo solo che la Cassazione da sempre dice che il sentimento familiare prevale sulle esigenze della giustizia. Il padre ha il diritto di tacere per non puntare il dito contro il figlio. Ma con questo sistema il padre muto inchioderà il figlio, come è accaduto a Dobbiaco». «In ogni caso - aggiunge Santuososso - il testimone è un tramite che passa un’informazione. Qua il teste mette in gioco una parte di sé, diventa la pedina di un gioco più grande. Meraviglia davvero che il Governo introduca un principio del genere senza aprire un dibattito. Speriamo che questo avvenga quando il disegno approderà in Parlamento». Come finirà questa storia? «Per ora - è il parere di Gennari - siamo al paradosso. Fino al decreto antiterrorismo del 2005 era vietato il prelievo forzoso del Dna anche sui terroristi, perfino se la polizia avesse catturato Bin Laden. Adesso si passa da un eccesso all’altro». Con gli screening a tappeto. Ma, per fortuna, la norma specifica che alla fine dell’indagine i campioni verranno distrutti e alla banca dati andrà solo il profilo del Dna. Le schedature di massa, almeno quelle, dovrebbero esserci risparmiate.