Stavolta difendo il premier, ma...

Ditemi voi se quello che mi tocca non è un destino infame: vi par possibile che uno come me sia costretto a difendere Romano Prodi dagli attacchi che gli muovono i suoi compagnucci? Compito ingrato!

Ditemi voi se quello che mi tocca non è un destino infame: vi par possibile che uno come me sia costretto a difendere Romano Prodi dagli attacchi che gli muovono i suoi compagnucci? Compito ingrato! Vedete, l’altra sera, dopo la retata di brigatisti (presunti) in gran parte iscritti al sindacato di Epifani, forse sotto l’effetto di qualche strano profumo indiano, al premier è scappato di dire che la Cgil farebbe bene a fare un po’ di pulizia in casa propria, cacciando estremisti e filoterroristi.
Non avesse mai parlato: sul suo capino corvino sono piovuti fulmini e saette, naturalmente tutte sotto forma di falce e martello. Bertinotti, Epifani e Bonanni l’hanno ripreso in malo modo: il segretario della Cgil gli ha addirittura lanciato contro le frasi di Gianfranco Fini, che invitava a non criminalizzare il sindacato rosso. In un Paese dove un Diliberto qualsiasi può dire che il capo dell’opposizione «fa schifo», ti sbranano se osi pronunciare un sommesso invito alle organizzazioni confederali affinché aprano gli occhi sui terroristi che si crescono in casa.
La vulgata ufficiale vuole che Cgil, Cisl e Uil siano in prima fila contro i bombaroli e abbiano combattuto i brigatisti. Appena uno s’azzarda a dubitare di questa lotta, si fanno scudo del cadavere di Guido Rossa, il delegato dell’Italsider di Genova che fu ammazzato dalle Br perché denunciò un terrorista. Ma Rossa è l’unico eroe della presunta guerra che il sindacato fece al partito armato. Ed è un eroe che fu lasciato solo nel momento in cui si trattò di firmare la denuncia contro chi diffondeva i volantini con la stella a cinque punte. Abbandonato proprio da quel sindacato che ora si appropria delle sue spoglie. Invece di denunciare i terroristi alle forze di polizia, Cgil, Cisl e Uil preferivano «vigilare». La parola d’ordine era «vigilanza democratica» contro le infiltrazioni, proprio come si sente ripetere oggi. All’epoca molti operai tifavano per le Br ma i vigilantes confederali non se ne accorsero e chi raccontò di questo tifo per gli assassini – come il giornalista Giampaolo Pansa – fu accusato dal sindacato di essere un provocatore e fu costretto a subire una sorta di processo popolare.
La verità è che Guido Rossa fu lasciato solo e pagò con la vita, ma nel covo brigatista da cui partirono i suoi assassini, a poche centinaia di metri dal luogo in cui fu ucciso il delegato dell’Italsider, si nascondevano due sindacalisti-terroristi: Lorenzo Betassa, delegato della Fim-Cisl di Mirafiori, e Piero Panciarelli, militante Uil dentro la Lancia di Chivasso. Ma questi nomi e questi volti nell’album di famiglia del sindacato è impossibile trovarli. Cancellati. Perché nessuno si ricordi dove sono nati e cresciuti gli uomini del partito armato.
Prodi, vecchio fratacchione cattocomunista, queste storie le ha annusate quand’era presidente dell’Iri e dunque non ha torto nell’invitare Epifani e compagni a far pulizia negli angoli delle cucine sindacali. A dire il vero, di difenderlo son già pentito. Mi è bastato vedere quel che ha detto a Hamid Karzai. Romano è per un Afghanistan indipendente, democratico e sicuro, ma all'uomo di Kabul ha spiegato che non impiegherà i nostri soldati nell'offensiva anti talebani. Da ex boiardo di Stato, abituato a navigare in tutte le acque, il nostro capo del governo è per l'italico: americani, armatevi e soffrite.