Stavolta è un ragazzino il vero simbolo della forza del gruppo

La parte più luccicante di questo scudetto del centenario coincide perfettamente con la curva a gomito superata dall’Inter nel periodo più complicato della stagione. E cioè a cavallo tra febbraio e marzo, nei dintorni della dolorosa eliminazione dalla Champions e in prossimità del recupero dei suoi migliori esponenti, da Cambiasso a Vieira. Nell’Inter di qualche tempo fa, la scossa ondulatoria provocata dal Liverpool e dalle successive parole di Roberto Mancini, avrebbe provocato un corto circuito. E invece, superato il dispetto, scavalcata la tentazione di lasciare a piedi l’allenatore, Massimo Moratti e tutta l’Inter, sono riusciti a rivedere la luce in fondo al tunnel. Il presidente e la società hanno rimesso in sella Mancini, ne hanno cementato il credito agli occhi di critici, tifosi e spogliatoio, la squadra ha stretto i denti e ottenuto, senza l’estro decisivo di Ibrahimovic, quei risultati decisivi per tenere la Roma a distanza di sicurezza e tagliare il traguardo senza il batticuore di uno spareggio infinito.
Nelle fondamentali sfide, l’Inter non ha vinto in scioltezza e mai catturato l’occhio degli esteti. Come didascalia vale la confessione brutale di Stankovic dopo l’1 a 0 di Torino: «Abbiamo giocato malissimo». Ha vinto come accade spesso in simili passaggi, delicatissimi, della stagione, grazie al temperamento e alla capacità di soffrire. Tre gli snodi, allora, da segnare con un cerchietto: Bergamo e Torino più l’appuntamento domestico della Fiorentina, nove punti di platino seguiti alla fase critica costituita dalle sconfitte subite da Napoli e Juve. Solo la lucida follia, per dirla con Erasmo da Rotterdam, del suo giovane condottiero Roberto Mancini, avrebbe potuto affrontare un trittico infernale puntando tutte le fiches su un ragazzino, molto genio e tanta sregolatezza, Mario Balotelli cioè. Proprio lui ha chiuso in cassaforte i successi contro Del Neri e Prandelli, prima di conoscere le lacrime amare di Torino.