Stavolta Scalfaro ci sta ma solo per dare dell’ignorante al premier

Il sermone solitario a Roma dell’ex capo dello Stato: "Chi dice che la Carta è sovietica non c’era o non sa"

Roma - Ma sì, aridatece il pio Oscar, chi meglio di lui per difendere la sacralità della Costituzione e l’onore del solitario inquilino del Colle suo successore? Non saranno tutti smemorati, sordi muti e ciechi come le celebri scimmiette, gli ammassati sotto il palco dei Santi Apostoli, li vedranno in molti e ben chiari i fantasmi che attorniano l’illustre oratore. Ma sì, «Lattavulo, chiamatemi Lattavulo», il prefetto Lattarulo della stagione dei fondi neri Sisde, «Gifuni guavdiamo il calendavio» quando non trovava mai il giorno giusto per ridar voce al popolo sovrano, «io non ci sto» perché sotto accusa era lui, «sì va be’ ma Salabè?». E poi le liste dei ministri preconfezionate, le dimissioni pretese ad ogni avviso di garanzia, la fucilazione politica del guardasigilli Mancuso, e last but not least il suo portavoce che nel trasferimento dal Viminale alla presidenza della Camera va da quello della Iotti che sta sgomberando l’ufficio per domandare: «A quanto ammontano qui, i fondi riservati?».

Quei fantasmi li vede bene anche Veltroni che ha voluto Oscar Luigi Scalfaro voce solitaria della manifestazione, non può averli dimenticati nessuno dei big del Pd che con pelosa umiltà si son mischiati alla gente della piazza fingendosi «società civile», erano anch’essi già in pista nel settennato del pio Presidente che «io ho la toga appesa al cuore», mica al chiodo come Violante o Di Pietro. Ieri sera, questa almeno ce l’ha risparmiata. Però ne ha sparate ugualmente in sintonia, del tipo «io magistrato sento il dovere di vedere sempre tutte le posizioni». Sino a questa perla: «La laicità non me l’hanno insegnata i massoni, ma i preti con il catechismo!».
Fantasmi che schiacciavano gli ignari giovinotti, infreddoliti e grigi, che la coreografia democrat gli aveva messo alle spalle con le bandiere del partito. A far da corona al vegliardo seduto su una poltroncina di plexiglass davanti ad un basso leggio, imbacuccato in un piumone e con la voce attutita da una sciarpona avana girata e rigirata al collo. Quella sul dove ha appreso la laicità non ha ricevuto grandi applausi, sarà che la piccola folla nutre ugual rispetto per il clero e per i liberi muratori. Ma quando s’è levato un grido, «staccategli il sondino!», s’è fatto il gelo essendo forte il dubbio che quel tifoso non ce l’avesse soltanto col governo.

Governo sul quale, in verità, il presidente emerito s’è rivelato assai più morbido di quanto i vertici di Pd e Idv certamente s’auguravano. «Il presidente del Consiglio in questi giorni ci ha fatto preoccupare», s’è limitato a sottolineare riferendosi alla dichiarazioni in due tempi di Berlusconi, aggiungendo: «Io non do valutazioni perché non ho il compito di giudicare ma io sono testimone delle prime dichiarazioni e delle seconde, e quindi ho titolo per rivolgermi a Berlusconi con rispetto per la sua carica». Con chiusa da sermone domenicale: «Ci rivolgiamo al presidente del Consiglio con rispetto per la carica che ricopre e per dirgli: presidente, la Carta vuole unire e non dividere e per dirgli con serenità di non farci vivere giorni nel timore per la patria e la democrazia. Dobbiamo amarci in questi tempi difficili e lavorare insieme».

Piuttosto, ha dato una bacchettata a chi lo aveva invitato, ammonendo che «anche l’opposizione si deve impegnare e deve stare attenta ai no che dice, per concentrarli sui punti vitali. Se si esagera con i no, c’è il rischio che la gente si stanchi e non vada più a votare». Uscendo poi dal seminato riferendosi allo sciopero indetto oggi dalla Cgil per metalmeccanici e statali, invitando a «partecipare con spirito unitario perché in un momento di crisi profonda è bene che ci sia uno spirito unitario perché questa è la forza della politica con la P maiuscola».
Mai e da nessuno, tanto meno dall’oratore, il nome di Eluana. Poca anzi nulla solidarietà a Napolitano, non si pensi che «vogliamo tirarlo per la giacchetta». Ma tutto il senso e il costrutto di Scalfaro, con continui racconti di come era brutta e pesante la dittatura fascista, si racchiude nell’avvertenza che poiché la Costituzione ha fatto da pietra tombale sul fascismo, non cambiatela minimamente perché altrimenti torna il fascismo. E arrivare a dire che la Carta «è nata da una filosofia comunista», affonda il colpo chiamando indirettamente in causa Berlusconi, «è frutto di assenza e ignoranza».
Come volete che finisse, questa mezz’ora di revival scalfariano? «La Carta è per unire mai per dividere! Che Dio ci benedica! Grazie a tutti!», sventolio di bandiere e mano sul cuore a cantar Fratelli d’Italia.