«Stavolta vi spaventerò con un serial killer nella Londra del 1899»

Il regista prepara un thriller da trenta milioni di euro tratto dal romanzo di Luca Di Fulvio

Michele Anselmi

da Roma

Le sorprese di Gabriele Salvatores. Dopo un piccolo film in digitale da due milioni e mezzo di euro, Quo vadis, baby?, ecco un kolossal da trenta, da girare in inglese, con scenografie monumentali e divi anglosassoni, cercando soci al di qua e al di là dell’Oceano. Titolo: La scala di Dioniso, dal romanzo di Luca Di Fulvio (484 pagine) edito da Mondadori insieme a Colorado Noir, appena uscito e già santificato dalla critica. Thriller piuttosto bizzarro, per essere firmato da un italiano. Ma Di Fulvio, 48 anni, ex attore, ossuto e spilungone, un viso spiegazzato alla Bob Geldof, ama spiazzare i suoi lettori. Non fosse altro perché, vittima di una soave schizofrenia, si divide tra truci storie di paura, come L’impagliatore, già portato al cinema come Occhi di cristallo, e delicate favole per bambini che pubblica con lo pseudonimo Duke J. Blanko (un omaggio a David Bowie).
A Salvatores sono bastate poche parole, catturate durante un pranzo con Sergio Rubini e lo scrittore, per invaghirsi di La scala di Dioniso. Ancor prima che il romanzo fosse finito, il produttore Maurizio Totti aveva già acquistato i diritti per farne un film, secondo la politica inaugurata dalla neonata collana Colorado Noir con Quo vadis, baby? di Grazia Verasani e proseguita con Let it be di Paolo Grugni e Un gioco da ragazze di Andrea Cotti. Salvatores, fuori Italia per vacanza, non ha ancora messo mano alla sceneggiatura insieme a Carla Vangelista, ma sa già bene che cosa sarà, visivamente, La scala di Dioniso. «Un mix tra Blade Runner ed Elephant Man» suggerisce con felice formula: insomma Ridley Scott più David Lynch. Di Fulvio aggiunge, da buon cinefilo, Freaks e Metropolis, con una punta di Nirvana, in ossequio all’amico regista.
Troppa carne al fuoco? Diciamo allora che, dentro un'atmosfera mistica e cupa, appassionata e sensuale, il thriller sceglie il 31 dicembre 1899 quale data simbolica per ambientare le gesta di un micidiale serial-killer londinese. Ma non pensate a Jack lo Squartatore. «Feroce come un vendicatore, implacabile come un dio» come lo definisce il suo autore, l'omicida compie una strage efferata all’alba del nuovo secolo, introducendosi nella villa di un capitalista dello zucchero. Sarà la prima di una lunga serie. L'unico che può opporsi alla furia giustizialista del «mostro» è un giovane ispettore eroinomane, Milton Germinal, spedito per punizione in un promiscuo distretto suburbano, detto «La mignatta», popolato di operai e reietti, tra miasmi di fabbrica e putridumi.
Salvatores ha già qualche idea in fatto di cast. Si parla di Jude Law, Edward Norton, Gary Oldman, Anthony Hopkins. «Nomi grossi. Ancora non sanno niente, ma presto li contatteremo» sorride Totti, il quale, scottato dall'esperienza di Cromosoma Calcutta, il film mai fatto dal romanzo di Amitav Gosh, vuole costruire con cura il pacchetto internazionale, se possibile coinvolgendo gli americani. Del resto non dovrebbe essere difficile, se è vero che qualche mese fa un produttore hollywoodiano propose a Salvatores addirittura di girare un western. Assicura Totti: «Una cosa è certa: questo film lo farà Gabriele. Se poi si facesse vivo Spielberg, be’, se ne può discutere».
Di Fulvio, pur colpito dall'umiltà con la quale il regista s’è messo al servizio del libro, non collaborerà al copione. «Sarebbe un impaccio, Salvatores deve sentirsi libero di reinventare il romanzo sul grande schermo, anche di farne carne di porco se crede» teorizza. E aggiunge: «Gabriele ha capito benissimo perché ho scelto il 31 dicembre 1899. Non mi interessa la Londra delle carrozze, di Sherlock Holmes, dei lampioni a cherosene. Il mio serial-killer è un Dioniso che uccide l’Ottocento apollineo, a suo modo incarna l'uomo escluso dalle corti, anticipa, nella sua lucida follia, il Novecento delle macchine, della psicologia, delle istanze sociali». Insomma, l'omicida inventato da Di Fulvio, terribile e colto, non è rapinato alla cronaca nera. «È una figura emblematica, una maschera del secolo breve, un testimone dolente: non ha niente a che vedere con Donato Bilancia e affini» avverte lo scrittore. Il quale, divertitosi a disseminare il libro di omaggi (un personaggio si chiama Sanguineti, come il poeta Edoardo; il nome del detective allude al poeta Milton e allo Zola di Germinal), non nasconde la sua vera passione: disegnare. Ne sa qualcosa Fiorello, che ha voluto un suo divertente «scarabocchio» per illustrare la copertina del suo nuovo cd.