Stefio: «La Sgrena merita solo indifferenza»

«Non vale neppure la medaglia di cartone che avrà dagli studenti»

Gian Marco Chiocci

Dei tre compagni di sequestro di Fabrizio Quattrocchi è Salvatore Stefio a farsi portavoce dell’indignazione per la sortita della giornalista Giuliana Sgrena contro la medaglia d’oro conferita al loro amico ucciso dopo aver gridato: «Vi faccio vedere come muore un italiano».
Allora Stefio, qual è stato il primo pensiero alle parole dell’inviata del Manifesto?
«Un moto di rabbia e indignazione. Poi siccome è noto a tutti come la pensa, non mi sono stupito perché questa signora rappresenta un mondo troppo lontano da quello della stragrande maggioranza degli italiani che si riconosce nella decisione del presidente Ciampi che andrebbe allargata, a mio avviso, alle vittime di Nassirya morte per difendere l’Italia. Alla Sgrena e a coloro che gridano “10-100-1000 Nassirya” bisognerebbe rispondere con l’indifferenza e il silenzio; non amano questa terra, sventolano altre bandiere, mai il tricolore. Fra noi patrioti, e questi paci-finti, in termini culturali non può non esserci una distanza abissale».
Come si spiega questo attacco a Fabrizio Quattrocchi da parte di una «collega», ostaggio come voi in Irak?
«Partiamo da un presupposto: la signora Sgrena, anche per la tipologia di lavoro differente, sicuramente non ha vissuto quello che abbiamo vissuto noi durante la prigionia. Bisogna vedere che trattamento ha avuto da parte dei sequestratori perché per lei si sono mobilitati tutti i no-war in Italia, su di noi sono invece comparsi tanti articoli e vignette in cui ci descrivevano come mercenari che eravamo andati a combattere per soldi contro l’Islam; a proposito di vignette, quelle di Vauro, sul Manifesto, ci hanno straziato...».
Torniamo alla signora Sgrena.
«Ripeto. Non ce l’ho con lei. Ho gioito quand’è stata liberata, ho sempre rispettato le sue scelte ideologiche lontane dalle mie e non mi sono mai ritrovato fra coloro che facevano paragoni su come entrambi avevano affrontato i rapitori; io rispetto le lacrime e gli appelli disperati della Sgrena al compagno, ma Fabrizio, sempre fiero e a testa alta, è come se avesse mandato in mondovisione un segnale forte che né lui né l’Occidente si sarebbero mai arresi. Proprio perché anche lei è passata per quell’inferno, e sa cosa vuol dire esserne usciti vivi, non doveva permettersi di gettare fango su Fabrizio tirando fuori la favola del mercenario. Lei è una giornalista, la politica la lasci a chi la fa di professione».
Favola del mercenario?
«Sì. C’è troppo poca informazione sulla tipologia del nostro lavoro. Siamo operatori della sicurezza che lavorano ovunque con regolari contratti, anche in Irak all’interno del programma internazionale di ricostruzione. Non siamo, dunque, mercenari. Lavoriamo per garantire il funzionamento delle aziende che contribuiscono anche a far ripartire i Paesi martoriati dalla guerra. Per questo veniamo retribuiti. Come noi lavoravano, nelle aree più calde del conflitto, altre ventimila persone che hanno lasciato a casa mogli e bambini per affrontare un lavoro pieno di rischi. Non siamo dei rambo o degli esaltati. Chi fa questo lavoro ama la vita, la propria e quella altrui. Se si continua a far finta di non vedere la realtà, le mistificazioni continueranno».
Però in un libro di due giornalisti di Repubblica si riportano le «voci» che lei avrebbe lavorato in Nigeria per un certo Marrapese, discusso «imprenditore della sicurezza» legato ai Servizi.
«Ecco vede? Una falsità colossale. Io in Nigeria ho lavorato ma per una grossa multinazionale americana. Questo signore è un illustre sconosciuto, mai visto».
Che vuol dire alla Sgrena?
«Bah... Ho letto che i giovani di Azione universitaria le consegneranno una medaglia di cartone. Fosse per me, non le darei nemmeno quella».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it