Stella Rossa, i repubblichini e quel denaro scomparso

Immediatamente dopo il 25 aprile del 1945, vennero allestiti, a tamburo battente, in provincia di Savona diversi campi di prigionia, riservati ai Fascisti Repubblicani o presunti tali. Le località scelte furono: Varazze, Finale Ligure, Segno e Legino.
Venne creata una rete di Gulag veri e propri il cui scopo era, nella realtà, dei fatti la liquidazione veloce e clandestina delle persone ivi detenute, sia che si trattasse di esponenti della Repubblica Sociale sia che si trattasse di borghesi benestanti. Nel secondo caso prima o dopo l’uccisione avveniva la spoliazione dei beni e la suddivisione del bottino: questo si potrebbe chiamare tranquillamente banditismo o brigantaggio sotto l’egida di una appartenenza e in seguito sotto la copertura di una opportuna amnistia (Dpr. 22 giugno 1946) che condonò ad incalliti assassini secoli di carcere. Le guardie dei campi erano giovani ma spietati partigiani comunisti, tutti ottusamente fedeli alla causa, pieni di odio e di voglia di regolare i conti, queste guardie armate erano gli strumenti obbedienti della soluzione finale riservata ai non comunisti, garanti armati di un programmato cambiamento della società in una prospettiva marxista. La vita nei campi per i prigionieri era terribile, durissima e per gli sventurati che vi erano rinchiusi, c’erano ben poche alternative: la perdita prima di tutti gli averi e forse poi della vita stessa per mano di gente piena di disprezzo per la via umana e di rancore proletario.
Il campo dove si registrò il più elevato numero di uccisioni di prigionieri che «tentavano la fuga» fu, nello specifico, quello di Legino allocato per ironia della sorte in una scuola elementare tutt’ora funzionante con quella destinazione d’uso. I bambini e i loro insegnanti che vi entrano, oggi, non riescono neppure lontanamente ad immaginare il tipo di atrocità vi si consumasse. In quella scuola, si verificò il caso terribile ed inumano della tredicenne, Giuseppina Ghersi, dopo essere stata rapita alla famiglia, fu presa a calci da tre appartenenti alla polizia partigiana «per gioco», proprio nel cortile della scuola, mentre alle finestre della prigione vi erano due tipi diversi di spettatori: gli altri detenuti terrorizzati ed impotenti e le altre guardie colleghi dei tre sadici, che assistevano divertite e ghignanti allo spettacolino atroce. Dopo essere stata stuprata la ragazzina fu ammazzata con un colpo in testa. Molti ex partigiani riconoscono, a posteriori, che quella fu una esecuzione anomala, troppo plateale e in pubblico, quindi con il rischio di essere visti da troppi testimoni e identificati. In genere le esecuzioni sommarie erano giustificate come tentativi di fuga stroncati con straordinaria efficienza dalle guardie del campo, come se sapessero in anticipo orario e data della evasione oltreché il luogo esatto dell’uscita dalla cinta, per le guardie del campo era un tranquillo tiro al bersaglio per i prigionieri era solo ed unicamente la morte certa.
Il comandante del famigerato campo di Legino, «tenente» della cosiddetta Polizia Ausiliaria Partigiana, era tale Luigi Rossi, soprannominato non a caso Stella Rossa, classe 1925, sedicente contadino o autista a seconda del momento, il quale, gestiva il campo di Legino dall’aprile–maggio 1945. Questo nome emergerà, a torto o a ragione, in relazione a numerosi altri fatti di sangue che accadranno a Savona negli anni della Guerra Civile, tutti considerati «atti onorevoli di guerra contro il Tedesco Invasore» e pertanto tutti amnistiati dalla Amnistia del Guardasigilli Palmiro Togliatti.
Veniamo al fatto specifico: nella mattinata del 16 maggio 1945, cinque cadaveri vengono ritrovati, come è triste consuetudine, abbandonati di fronte al muro di cinta del Camposanto di Savona, si tratta di tre uomini ed una donna, adulti, i quali da qualche giorno imprigionati presso il famigerato campo di prigionia di Legino. La Polizia Partigiana, vera volante rossa, afferma, attraverso la deposizione del Comandante del Campo, Luigi Rossi, sempre lui, che i quattro sventurati sono stati colpiti in un tentativo di fuga, comunicazione molto opportuna ma dalla tempistica un po’ troppo opportuna. Infatti il sacerdote che in seguito li riconoscerà, nota che tutte le ferite da arma da fuoco sono state piazzate al capo ed al torace, e nessuna alle gambe. Esisteva quindi la forte volontà di ammazzare e non ferire i fuggitivi colpendoli agli arti inferiori per bloccarli. Le quattro salme vengono riconosciute dal Prete di Varazze, Don Angelo Ravaschino, i loro nomi sono: De Marzo Pio di Avellino, Caporilli Mario di Genova, Paderni Renato di Salerno, Genesio Maria di Savona e Marcenaro Giuseppe di Genova, tutti residenti in Savona, arrestati ed imprigionati con la solita accusa di essere stati contigui alle Autorità della Repubblica Sociale Italiana. Il riconoscimento del De Marzo Pio viene effettuato dalla moglie e dai figli, ed è particolarmente toccante. Un’altra perplessità riguarda il caso specifico di uno degli uccisi, Paderni Renato, il quale prima di essere arrestato dai partigiani comunisti, aveva effettuato un grosso prelevamento di denaro, sequestratogli nel corso della detenzione. Queste somme sono misteriosamente sparite, non esiste ricevuta, non esiste nulla tranne il piombo che chiude la bocca per sempre a questo personaggio e ai suoi compagni di «fuga». Però esiste una nota del Procuratore del Regno di Savona del 19 giugno 1945, prot. 1263/45, indirizzata al Questore di Savona che dice testualmente «... Il Paderni aveva prelevato forti somme di denaro... sequestrategli al momento dell’arresto... la voce pubblica dichiara che la fucilazione dei suindicati non sarebbe da attribuirsi soltanto a motivi politici... prego voler esperire indagini, riferendo a questo Ufficio...». Il comandante del campo, Luigi Rossi detto Stella Rossa, interrogato nel marzo del 1946, dichiara che le uccisioni sono avvenute mentre egli era ben chiuso nel suo ufficio, e che le raffiche dei mitra dei partigiani, vennero sparate al buio verso «ombre che fuggivano».
Ovviamente il Comandante Rossi non fa cenno ai soldi sequestrati ai prigionieri. In seguito, dichiara, i corpi verranno trasportati nottetempo, a Zinola e lasciati nello spiazzo antistante il cimitero, un po’ come si usa fare ora per il quotidiano che ti viene lasciato davanti alla porta. Qualcuno, dopo anni si ricorda ancora di questi denari, intascati non si sa da chi e addirittura nel 1956, questo qualcuno che è il Ministero del Tesoro invia una lettera alla Procura della Repubblica di Savona, molto chiara ed esplicita:
Oggetto: Rossi Luigi di Francesco n. a Savona il 7.2.1925. «Pregasi far conoscere quanto risulti a codesta On.le Procura nei confronti del nominato in oggetto uccisore di Paderni Renato classe 1915, ucciso a Savona il 16.5.1945. Se contro il Rossi è stato celebrato procedimento penale pregasi voler trasmettere copia della sentenza». La firma è del capo servizio.
Ovviamente tutto questo finì del dimenticatoio del tempo, nessuno di quei partigiani che spararono contro i «fuggiaschi» scontarono un giorno di Galera, qualcuno fece la bella vita con i soldi depredati, ovviamente nessuno degli uccisi era un esponente di rilievo del regime repubblicano, nessuno era un torturatore o un rastrellatore o una spia, forse avevano troppi soldi in tasca e questo in ultima analisi fu la causa della loro morte.