La stella tv araba sfigurata fugge a Parigi su un camion

Rania al-Baz, giornalista saudita, era stata picchiata dal marito

Fausto Biloslavo

Rania al Baz, la star della televisione saudita diventata il simbolo delle donne che nel mondo arabo vengono brutalmente picchiate dai propri mariti, ha raggiunto «clandestinamente» la Francia dopo che le autorità le avevano impedito di lasciare il suo Paese. La storia di Rania è stata rivelata da www.arabiliberali.it, un portale appena nato su Internet con l’obiettivo di «far conoscere all’Occidente la nuova elite del Nord africa e del Medio Oriente che chiede a gran voce le riforme nei propri Paesi».
La notizia della «fuga» a Parigi di Rania al Baz è trapelata ieri, ma la presentatrice televisiva è diventata tristemente famosa nell’ottobre dello scorso anno, quando il suo volto orribilmente tumefatto è stato ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Rania lavorava per il principale canale di stato saudita, ma il marito non si è preoccupato di riempirla di botte. Un editore parigino, Michel Lafon, ha pubblicato un libro sulla sua storia e le violenze nei confronti delle donne musulmane, dal titolo emblematico: Sfigurata. Alla fine il marito è stato condannato a sei mesi di carcere e 300 frustate, ma le denunce di Rania hanno scatenato gli attacchi degli integralisti. Una settimana fa voleva prendere un aereo da Gedda per raggiungere Parigi. Secondo il suo editore le autorità non l’hanno lasciata partire sostenendo che non aveva i documenti in regola e non poteva espatriare per un tempo indefinito. La coraggiosa saudita non si è persa d’animo e, sempre secondo Lafon, sarebbe uscita clandestinamente dall’Arabia Saudita raggiungendo il vicino Bahrain «nascosta in un camion merci che trasportava frutta». Le autorità del Bahrain smentiscono, sostenendo che la presentatrice ha utilizzato alla frontiera il suo passaporto saudita, ma può essere che il camion le sia servito come nascondiglio per arrivare fino al valico del Paese del Golfo. Poi Rania si è recata a Dubai dove ha preso un volo per Parigi.
Il dibattito sugli abusi nei confronti delle donne musulmane non è l’unico argomento difficile trattato sul sito www.arabiliberali.it. Sulla prima pagina del portale è ospitato uno scritto di Saad Eddin Ibrahim sulle recenti elezioni presidenziali in Egitto. Ibrahim è un attivista per la democrazia in Egitto arrestato in giugno e picchiato in carcere a causa delle sue opinioni contro il regime. Sul regime del colonnello Gheddafi, invece, viene ripreso dal giornale arabo Asharq al awsat un articolo di Ahmed al Rabei che sostiene: «Non ha senso che la Libia tenti di normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti senza avere prima riparato quelli con i propri cittadini». Sul sito si trovano anche gli scritti dell'intellettuale tunisino Lafif Lakhdar, uno dei precursori del liberalismo arabo moderno. Licenziato dal quotidiano al-Hayat per le proprie idee, è stato minacciato di morte dai fondamentalisti. Nei prossimi giorni prenderà il via la collaborazione con il settimanale iracheno Al Ahali. Il sito ospiterà gli editoriali del giornale di Bagdad, che in cambio pubblicherà gli articoli degli «arabi liberali» di varie parti del mondo.
L’idea del sito è di Zouhir Louassini, giornalista marocchino di Rai-Med, e Anna Barducci Mahjar, collaboratrice italo-marocchina del quotidiano Il Foglio e di Radio Radicale. Il portale è nato per informare l'opinione pubblica italiana dell'esistenza delle sempre più numerose voci liberali in Medio Oriente e delle loro battaglie contro gli estremisti religiosi. Arabiliberali.it ha anche lo scopo di aiutare gli intellettuali nel mondo arabo a superare la censura sulla stampa vigente in gran parte dei loro Paesi. «Nel mondo arabo ci sono musulmani coraggiosi che stanno sfidando i regimi dittatoriali apertamente e a rischio della propria vita ­ scrive la Barducci sul sito -. L'Europa, gli Stati Uniti devono ascoltarli, devono dare loro spazio. Sembrerà forse enfatico, ma non lo è, questi sono i nostri eroi, perché alla fine se loro vincono o perdono ne va anche del futuro dell'Occidente».