Le stelle stanno a guardare e il Genoa attacca con Sculli

Il Genoa targato Preziosi-Gasperini è ripartito da dov'era rimasto e ha bissato la vittoria prenatalizia di Verona giocando una delle sue più belle partite di stagione proprio quando - come già a Verona - era privo dell'insostituibile Milito. Il Grifone rampante che ha massacrato il Toro senza il suo Principe eponimo ha ben spiegato anche ai più scettici - chi scrive in primis - come e perché non sia più velleitario accostare il suo nome alla Champion's League.
Sul prato del Ferraris ottimamente rinnovato in tempo record c'era di fronte il Toro più spelacchiato del mondo, d'accordo. Povero Novellino, giocatori come gli attuali Ogbonna, Di Loreto, Natali, Bianchi e Rosina - tanto per dire - non li vorrei nemmeno gratis a stipendio zero. E povero Cairo, che dopo tanti sacrifici è in odore di tonfo.
Ma ciò che ho visto fare a Jankovic (dov'era il fenomeno serbo, che vale Palladino e Gasbarroni messi insieme?) e Sculli, Biava e Ferrari, Thiago Motta e Mesto - per stare stretto - avrebbe avuto valore assoluto pur se di fronte ci fossero stati gli Allievi del Torino.
Orbene, poiché da sessant'anni sta scritto nelle sacre carte del calcio che Genoa e Sampdoria - le cui tifoserie sono irrimediabilmente affette da una rivalità senza confini - seggano fatalmente in altalena, ecco che all'attuale stato di grazia del Grifone puntuali corrispondano inenarrabili disgrazie del Marinaretto.
Ci fu per vero un'unica stagione abbondante, a cavallo degli anni Ottanta/Novanta, in cui il vento soffiò felicemente in poppa ad entrambi i panfili, blucerchiato e rossoblù, timonati da Paolo Mantovani e Aldo Spinelli. Ma si trattò appunto dell'eccezione a conferma della regola.
A farla breve: mentre i tifosi del Genoa stanno volteggiando in paradiso, quelli della Sampdoria - oltretutto storicamente meno allenati alle intemperie - vaneggiano temendo le fiamme infernali. Paradossalmente imputandole alla gestione Garrone, affetta dalla crisi del settimo anno e perfidamente umiliata dal boom della gestione Preziosi.
Ho scritto «paradossalmente» a ragion veduta.
Dice infatti l'archivio che Riccardo Garrone ha preso per i capelli la Sampdoria sull'orlo del baratro e l'ha riportata d'acchito in serie A, dove ha via via sommato un 8° posto, un 5° (a un punto dalla Champion's League) che è valso il ritorno in Europa, un 12°, un 9° con preliminari e conseguente accesso in Coppa Uefa, e un 6° che ha fruttato l'attuale presenza in Continente, confortata dal passaggio ai «sedicesimi» intanto che si sono puntualmente guadagnati i «quarti» di Coppa Italia.
Ho scritto «paradossalmente» perché il misero 14º posto attuale in campionato, col terz'ultimo attacco di serie A, è figlio non tanto del «braccino corto» di Garrone quanto di una campagna estiva inconcepibilmente miope per un riconosciuto ras del mercato come Beppe Marotta, che ha sottovalutato - per sommi capi - la risaputa vulnerabilità del polpaccio destro di Campagnaro, la prolungata indisponibilità di Bellucci e gli scontati tempi del suo recupero totale, l'eccessiva maturazione di Bonazzoli e la disarmante immaturità di Fornaroli. Il tutto ingigantito dal disgraziato infortunio di Palombo.
Per un Club che vanta la nona tifoseria calcistica d'Italia, Riccardo Garrone ha fatto finora molto più di quanto si potesse - non dico pretendere - sperare.
Peraltro non credo che un uomo di tal fatta accetti di farsi ingiustamente umiliare e rinunci allo scatto d'orgoglio che gli consenta di rimettere le cose in sesto sfruttando il corrente mercato.