Stendhal diventa striscia per le scuole

F irenze per ammalarsi di sublime. Napoli per scoprire «la città più bella dell'universo». Roma per vagheggiare di morire, come Torquato Tasso, nella quiete ancestrale di Sant'Onofrio al Gianicolo. E Milano? «Milano -dirà Stendhal- è stato per me dal 1800 al 1821 il luogo dove ho desiderato costantemente abitare». Un sogno, quello di vivere dove «spuntò l'aurora» della sua esistenza, che Marie-Henri Beyle (Stendhal è il più celebre degli innumerevoli pseudonimi del romanziere di Grenoble, scaltrito «giocatore di nomi» come già Voltaire prima di lui) poté realizzare dal 1814 al 1821, e che oggi si perpetua grazie alla presenza, al primo piano della Biblioteca Comunale Sormani, del Centro Stendhaliano. Inaugurato nel 1980, il Centro custodisce la biblioteca dello scrittore, rimasta a Civitavecchia, dove Stendhal fu console di Francia, dal 1842, anno della morte, al 1942, e poi trasferita a Milano. Tra le più apprezzate iniziative del Centro, quella di far conoscere agli studenti delle scuole milanesi la figura del grande letterato francese e i preziosi materiali conservati principalmente nel Fondo Bucci e nella Raccolta Pincherle. Per questo la neoclassica Sala del Grechetto di palazzo Sormani ha riaperto da ieri le sue porte per offrire agli alunni delle secondarie cittadine una visita interattiva di 75 minuti curata dagli operatori didattici della società Ad Artem (prossimi appuntamenti 25 febbraio, 17 marzo, 1 aprile e 6 maggio, dalle 9.30 alle 12.30, su prenotazione). Un viaggio fra circa un migliaio di volumi appartenuti allo scrittore -oggi raccolti in un catalogo completamente digitalizzato (digitami.it/stendhal)- che sarà l'occasione per rivivere, anche attraverso letture interattive e animate di passi scelti, atmosfere oggi perdute della Milano di due secoli fa. Al termine del percorso, ai partecipanti sarà consegnata una copia del fumetto di Alberto Rebori «Stendhal a Milano», edito dalla Biblioteca Comunale, un modo davvero nuovo di ricordare la milanesità stendhaliana. Il disegno, incisivo e volutamente dissacrante, dà vita a quello che nel mondo anglosassone sarebbe definito un «what if»: cosa succederebbe se l'autore de «Il rosso e il nero» fosse all'improvviso catapultato nella Milano affannata e caotica dei nostri giorni? Disorientato da smog, metropolitane e ingorghi, alle prese con ghisa, tassisti e vu' cumprà, spaesato davanti a telefoni e tv, l'impeccabile monsieur in abito ottocentesco ammette di intenerirsi anche per le auto sui marciapiedi, per le scritte sui muri, per la fretta dei cittadini sempre alienati, e si sorprende all'ombra della Madonnina ad esclamare, nonostante tutto e tutti: «Amo Milano!» Come a dire: in un vero amore anche i difetti diventano fascinazioni, e l'immaginazione prende il sopravvento sulla realtà. A Milano, fin da quando -nemmeno ventenne- vi mise piede per la prima volta, Stendhal fu realmente legato da un affetto costante. È agli scritti più intimi che affida il compito di custodirlo: il Diario si apre a Milano il 18 aprile 1801, con un giovane Stendhal ancora immerso nell'avventura napoleonica; i Ricordi di egotismo prendono inizio con la dolorosa fuga dalla città, vent'anni più tardi. Ma profonde tracce di questa passione sono disseminate anche in opere che evocano nei loro titoli altre località: «Roma, Napoli e Firenze», «Passeggiate romane», «La Certosa di Parma». Fino all'ultimo giorno, quando il legame con quella che Stendhal ha elevato a patria adottiva diventa pubblica dichiarazione nel celebre epitaffio della sua tomba di Montmartre, a Parigi: "Arrigo Beyle milanese. Visse scrisse amò".