Stendhal, ecco la vera biografia di Bonaparte

È il 13 ottobre 1806 quando Hegel scorge di lontano Napoleone, di passaggio a Jena col suo esercito. Scrivendo a un amico, racconta del suo stupore nell’aver incrociato l’imperatore: lo «Spirito del mondo, che domina sulla terra». Per il filosofo tedesco Napoleone - essere straordinario - assurge a paradigma di pastore di popoli, colui il quale avrebbe dovuto guidare l’Europa dell’Ancien regime verso la realizzazione degli ideali della Rivoluzione del 1789.
Questo sogno di modernità incarnato in un uomo, affascina un’intera generazione di giovani e intellettuali che si arruolano nell’armata imperiale e che lasciano scritti colmi di ammirazione per il piccolo corso. Fra essi anche il grande Stendhal che, dopo aver militato per quindici anni negli eserciti francesi, prende a narrare nei suoi romanzi dei desideri di gloria di quella generazione idealista.
A Restaurazione avvenuta, prigioniero Bonaparte a Sant’Elena, Stendhal cerca di fare un bilancio della vicenda napoleonica, con l’intento di mostrarne la sostanziale bontà e di individuarne i colpevoli del fallimento. Fra il 1817 e il 1818 inizia a buttare giù una serie di idee per una Vita di Napoleone ove narrare le grandezze spirituali e le miserie umane del suo imperatore; ove scrivere, con toni plutarchiani, di Napoleone come dell’uomo dalle capacità più straordinarie mai apparso sulla terra, ambizioso ma non scevro «dei vizi inevitabili di un conquistatore». Ma il momento non è il più favorevole alla pubblicazione: le monarchie della Restaurazione stanno dipingendo Bonaparte come un orco sanguinario. Stendhal abbandona il progetto, lasciando però numerosi appunti. Circa vent’anni più tardi l’amico Romain Colomb ne pubblica una parte ma è solo nel 1930 che i materiali nella loro interezza vedranno la luce. Un’ultima versione di questa Vita di Napoleone (Mursia, pagg. 286, euro 17), tratta dal testo critico, è pubblicata ora in Italia, a cura di Beppe Benvenuto. Grazie anche alla forza incisiva di una nuova traduzione sorge dalle pagine un Napoleone debordante: l’uomo della Provvidenza apparso a guidare il mondo. Nella scrittura stendhaliana è lo spirito a prevalere: l’ammirazione per il titano incatenato a Sant’Elena, «sul quale da quattro anni si accanisce la vendetta di tutte le potenze della terra», è sconfinata. E tale continua a rimanere nelle successive opere.
Tuttavia rimane difficile credere a Stendhal quando scrive di un Napoleone «amico fervente e sincero della pace» e che, tranne nel caso della guerra di Spagna, «mai fu l’aggressore». Dell’uomo Bonaparte, Stendhal sottolinea poi l’arrivismo e l’adulazione che lo circondavano, producendo mediocri risultati. Racconta di un imperatore che, fattosi da solo, poca dimestichezza aveva con i raffinati ambienti di corte. Si sofferma sui suoi imbarazzi e scatti d’ira, dovuti a «una natura troppo elevata», che con difficoltà avrebbe potuto «avere successo in un salotto». Narra dei suoi «disgraziati ministri», che cercavano di fronte a intemperanze e sbalzi d’umore di non perdere il favore imperiale.
Se colpe il piccolo corso ha avuto, per Stendhal sono state quelle di aver talvolta agito senza il coraggio di osare e di non aver colto l’occasione di cambiare il mondo. Ma le pagine di Stendhal si aprono anche a inaspettate letture contemporanee. Suonando come ammonimento per grandi uomini politici, invitano all’azione. Spronano, nei momenti più ardui, a chiedere sincero consiglio, diffidando di coloro che si sono abbassati al rango di vigliacchi cortigiani. Incitano nelle difficoltà a percorrere la strada maestra e non la vile scorciatoia.