Stephen Stills Ultimi ruggiti e tanto cuore

Sarà la nostalgia di anni epici, o la dolce colloquialità di brani che rimangono dentro, ma quando Stephen Stills - allo Smeraldo di Milano - attacca Helplessly Hoping (classico acustico di Crosby Stills Nash & Young) in versione elettrica e bluesata, la platea è già ai suoi piedi. E non importa che lui sia visibilmente provato, come quei vecchi tenori che perdono potenza vocale ma non la padronanza della scena e delle emozioni altrui. Così è partito da solo, mettendo a nudo la sua vulnerabilità stilistica ma anche la sua immensa potenza evocativa. Ha la stoffa del vecchio bluesman che non bada alla qualità ma alle suggestioni creative quando intona Change Partners; ha lo spirito del vecchio balladeer quando si ripiega sulla sua intimista 4+20 o sull’antico country Blind Fiddler. Quando ripassa all’elettrica, il fascino ribelle di For What It’s Worth riporta ai fasti dei Buffalo Springfield e annulla le imperfezioni in un mare di feeling, ricordandoci però bruscamente che il rock è un vecchietto, seppur arzillo.