Stephen, lo stopper (letterario) di nonno Joyce

Il nipote del celebre scrittore ce l’ha con i critici. Così blocca tutto: nuove edizioni, traduzioni e riduzioni teatrali

Come i grandi maestri di cerimonia sanno bene, l’invitato eccellente di solito non si presenta affatto. Mentre gl’infilati all’ultimo nella lista sono i primi ad arrivare e a far man bassa dei rinfreschi. Stephen Joyce, il bel signore di 74 anni dalla barba grigia e i profondi occhi blu (quel che suo nonno avrebbe potuto diventare se non si fosse distrutto ad alcool e fumo fino a morirne, a 58 anni, nel 1941) è sempre invitato per primo agli eventi che riguardano James.
Data la pittoresca veemenza con cui si oppone agli studi sul suo antenato, («Sono un Joyce, non un Joyciano» usa dire. «Quando sento gli studiosi affermare che con le loro centinaia di volumi hanno fatto tanto per mio nonno, penso ai milioni di lettori che tutta quella m... ha scoraggiato per sempre»), e dato che per riprodurre qualsiasi porzione degli scritti di Joyce che vada al di là di poche righe è necessaria la sua autorizzazione, lo si invita un po’ per celia un po’ per non morire. E Stephen, naturalmente, si nega. Dopo il Mickey Mouse Protection Act, varato nel 1998 dal Congresso più che altro per proteggere i crediti Disney sul topo più famoso del mondo, che estende la tutela sui diritti d’autore da parte degli eredi a settant’anni post mortem, l’ultimo discendente dei Joyce avrà il controllo totale degli scritti di James, comprese 300mila lettere e alcune dozzine di manoscritti inediti, fino al 2012. E il nipotino prediletto esercita: distrugge lettere della zia Lucia e del nonno, blocca nuove traduzioni, cancella reading, si oppone a riduzioni teatrali. Più di tutto avversa le edizioni critiche e i commentari, con una rabbia e un orgoglio stupefacenti, specie se si riflette sulla natura spesso criptica delle opere del nonno. Opere che Stephen stesso confessa d’aver preso in mano soltanto da adulto (Inglese non era la sua materia preferita), Finnegans Wake esclusa. Le ha trovate «umane, affascinanti», ma soprattutto «leggibili senza alcun aiuto».
L’ultimo episodio degno di nota ha visto «Golia» Stephen Joyce (i diritti del nonno gli fruttano circa 400mila dollari l’anno) in causa contro «Davide» Carol Shloss, quintessenza dell’accademia letteraria, docente alla Stanford University, che sostiene d’aver ricevuto minacce per impedire la pubblicazione nella sua biografia di Lucia Joyce di alcuni scritti familiari di James.
Può darsi che prima delle udienze Stephen si rechi, come d’abitudine, sulla tomba del nonno a chiedere consiglio. «Se mio nonno fosse qui, morirebbe di nuovo dalle risate», risponde quando gli si chiede che ne penserebbe James della tutela dei suoi scritti. Visto che lui ci parla spesso, almeno su questo possiamo credergli.