Stepney: «Così la Ferrari vuole incastrarmi»

da Modena

«Nigel vuole un faccia a faccia con i vertici della Ferrari. Con Jean Todt e chi conta nella Gestione sportiva. Lo chiederemo alla Ferrari nelle prossime ore».
Tira fuori le unghie Sonia Bartolini il legale di Nigel Stepney, l'uomo chiave della spy story nata e consumata a Cavallino City e che sta mettendo nei guai la McLaren, gettando ombre pesanti sulla Honda e altri team di Formula Uno e che potrebbe costare il Mondiale al giovanotto di belle speranze Lewis Hamilton.
Ieri tra l'ex capo meccanico delle Rosse e i suoi due avvocati, Sonia Bartolini e la collega Barbara Pini, quattro ore di confronto in una località segreta. È un pomeriggio di mezza estate, una torrida estate emiliana. Dalla spy story escono verbali, intercettazioni, marescialli dei carabinieri che il 18 maggio interrogano - di fronte ai primi sospetti e ai primi passi dell'indagine sollecitata in gran segreto dalla Ferrari - il tecnico. E gli chiedono di levarsi i pantaloni per analizzare quello che c’era nelle tasche, e quei residui di sabbia trovati, che assomigliano alla polverina sui serbatoi delle Ferrari alla vigilia di Montecarlo. Residui che, dichiara il tecnico agli inquirenti, «potrebbe averli messi chiunque perché avevo lasciato i pantaloni appesi nello spogliatoio». E a questo punto la Bartolini decide di fare lei, questa volta, il «giro più veloce delle Procure» con un attacco frontale alla Ferrari e a chi sospetta di Stepney.
«Nigel è impaurito, convinto che qualcuno stia cercando di incastrarlo. Che qualcuno sia riuscito a depistare e ad addossare tutta questa storia su di lui - attacca la Bartolini -. La svolta per noi è che siamo pronti per un confronto. Con chi? Con la Ferrari, il suo vertice. Chiederemo a Jean Todt un confronto. Un faccia a faccia. Loro da una parte e noi dall'altra con Stepney che farà nomi e cognomi di chi ritiene che stia tramando, abbia costruito tutta questa storiaccia per incastrarlo e gettare fango contro di lui. Lui non ha nulla a che fare con questa vicenda, con questi documenti usciti dalla Ferrari e finiti nelle mani di altri tecnici, di Mike Coughlan della McLaren... Nigel vuole che la Ferrari sappia e vuole esser ascoltato».
Un confronto all'americana tra le mura discrete di Maranello? O in campo neutro e in un luogo segreto? Di sicuro Stepney che all'inizio della spy story fece sapere di conoscere tanti scheletri nascosti a Maranello vuole passare al contrattacco. Perché, comunque vada a finire questa inchiesta, per lui il futuro è segnato. Si aggrappa a tutto l'uomo chiave dell'inchiesta che sta tenendo incollati a giornali e televisioni milioni di tifosi che finalmente almeno ai box - pardon dietro ai box e nelle segrete stanze della Formula Uno - vedono qualche duello avvincente. «Non vogliamo solo il faccia a faccia con il vertice della Gestione sportiva del Cavallino - riprende il legale dell'ex capo meccanico -. Domani andremo in Procura e presenteremo un esposto. Contro chi pedinava Nigel. La sera del suo rientro in Italia e poche ore prima del nostro incontro con lui a Serramazzoni, la compagna di Nigel venne pedinata, inseguita in auto. Era terrorizzata, da giorni c'era chi controllava la casa giorno e notte. Lo disse anche Nigel al suo ritorno dalle Filippine, che si sentiva minacciato e pedinato, ma nessuno gli credeva. La sua compagna e pure lui hanno preso però i numeri di targa delle auto... Abbiamo fatto controlli. E posso garantire che tutto torna. Ma non fatemi dire altro. Faremo l'esposto e la Procura di Modena dovrà occuparsene».
Ma di parlare con Stepney, di sentire la sua voce, la sua verità nemmeno a parlarne. Dribbla abilmente la brava Sonia: «E chiariamo pure che lui non è mai stato licenziato dalla Ferrari. Da settimane, da quando questa storia è iniziata la posta indirizzata a lui la ritiriamo noi e la Ferrari non lo ha mai licenziato. Dunque, come dice Nigel, essendo un dipendente Ferrari gli è proibito di parlare con la stampa o con chi non è autorizzato dal team...».