Con gli Stereophonics al Rolling Stone

Dopo la prima dello scorso aprile ai Magazzini generali nuovo capitolo del loro personalissimo Italian Affair

Luca Testoni

Gli Stereophonics hanno ricordi contrastanti dell'Italia. Belli (legati all'appiccicosa Have A Nice Day, colonna sonora di un gettonatissimo spot televisivo con Gwyneth Paltrow, e all'hit estiva Maybe Tomorrow, una ballata ammiccante e un po' rétro), ma anche decisamente brutti. Qualche anno fa, 2001 per la precisione, sul palco di Imola, il trio gallese, supporter d'eccezione in uno degli ormai storici happening di Vasco Rossi all'Autodromo Enzo e Dino Ferrari, ha conosciuto la disavventura di essere preso letteralmente a bottigliate (di vetro!) da un consistente gruppo di intolleranti e irriducibili fan del Blasco nazionale. Uno spiacevole incidente di percorso che, per fortuna, più che scoraggiarli, li ha temprati. In fondo, i ragazzi di Cwmaman, alfieri di un brit-rock chitarristico e con uno spiccato gusto melodico, non si considerano rocker dalla scorza dura?
Domani sera nuovo capitolo del loro personalissimo Italian affair (dopo la première di aprile ai Magazzini generali) con l'unico concerto nel Bel paese, al Rolling Stone in corso XII marzo 32 (ore 21, ingresso 20 euro).
Una prova live (il piatto forte della band... ) per suggellare un 2005 da incorniciare per la band di Kelly Jones, il leader, chitarrista, compositore e cantante dalla voce maledettamente simile a quella di Rod Stewart nei suoi anni d'oro (quando militava, cioè, nel Jeff Beck Group), e del bassista Richard Jones. Primo, perché è tornato finalmente il sereno nella banda dopo l'uscita di scena di un anno e mezzo fa del batterista Stuart Cable, licenziato in tronco (per questo ha fatto causa davanti a un giudice del lavoro chiedendo un paio di milioni di sterline a titolo di risarcimento) e ora rimpiazzato in pianta stabile dall'argentino Javier Weyler. Secondo, perché i gallesi, grazie al nuovo (quinto) disco, Language., Sex. Violence. Other? (il cui titolo prende ironicamente spunto dai codici di classificazione presenti sul retro dei dvd), pubblicato lo scorso marzo, hanno riscosso un inatteso successo, a cominciare da Dakota, il singolo che ha regalato in patria per la prima volta il numero uno della classifica di vendite.
A convincere pubblico, ma anche critica (il prestigioso settimanale New Musical Express ha definito Language., Sex. Violence. Other? «un eccellente disco di rock moderno»), il piglio decisamente rock della "nuova partenza" degli Stereophonics, che hanno esordito nel '97 con Word Get Around e raggiunto il successo in Gran Bretagna con il successivo Performance & Cocktails del '99.
Un rock, quello dei gallesi, paladini dell'etichetta V2, meno indulgente rispetto al passato. Che privilegia un sound contemporaneo, leggero e sensuale certo, ma anche diretto e senza troppi fronzoli (tagliente nei riff e semplice nelle strutture), e che prova a mediare tra molteplici influenze (U2, Oasis, il glam anni Settanta e la rock-wave ultima maniera di Interpol, Franz Ferdinand e Strokes), dimostrando la volontà esplicita di non ripetere formule consolidate. «Siamo molto positivi in questo momento. Abbiamo inciso l'album più eccitante che potessimo fare», la dichiarazione ricorrente dei due Jones, un cognome che in Galles equivale al nostro Rossi.
Forse gli Stereophonics non sconvolgeranno il mondo della musica, né saranno riconosciuti come il gruppo che ha introdotto particolari innovazioni, ma i ragazzi sanno il fatto loro.