Sterminò la famiglia: dopo solo otto anni Carretta torna libero

Uccise padre, madre e fratello dopo un banale rimprovero. Poi, dopo aver seppellito i cadaveri a 10 km da Parma, prese il camper di famiglia, lo portò a Milano e lo abbandonò. Nei giorni seguenti fuggì a Londra. Fu rintracciato da un giornalista, faceva il pony express. I corpi dei familiari non sono mai stati trovati

Delitto senza castigo. Un anno di carcere, nemmeno sette di ospedale psichiatrico, giorno più giorno meno, poi tra un permesso e l’altro la comunità di recupero. Adesso è libero, come da annunciate previsioni. Tre morti alle spalle non hanno memoria. E forse nemmeno giustizia.
«È pazzo», scrissero di Ferdinando Carretta i giudici quando finalmente si riuscì a guardarlo in faccia.
Ricordate il caso? La famiglia di Parma evaporata nel nulla proprio il giorno in cui avrebbe dovuto partire per le ferie; il camper ritrovato inspiegabilmente a Milano tre mesi dopo; la ridda di illazioni e ipotesi, spesso malevoli.

Un giallo lungo nove anni, tutt’ora con un angolo in chiaroscuro. Era l’agosto 1989 quando dei Carretta si persero le tracce. I viaggi degli investigatori, tra Italia e paradisi esotici vari alla ricerca dei «fuggiaschi», si rivelarono un fiasco. Sembrava un caso dimenticato. Fino a quel giorno del novembre 1998, quando un giornalista segugio fece lo scoop della vita. Trovò Ferdinando, lui vivo e vegeto. Solo e nemmeno troppo nascosto. Faceva il pony express a Londra. Quasi non aspettasse altro confessò davanti alla telecamere: inutile cercare ancora suo padre, la madre e il fratello. «Li ho uccisi a colpi di pistola, poi ho buttato i cadaveri in una discarica». I resti non furono mai trovati.

Ferdinando oggi ha 45 anni, mezza vita davanti e presto avrà probabilmente anche l’eredità dei genitori che massacrò. Assolvendolo per totale incapacità di intendere e volere al momento del fatto e assolvendolo, di conseguenza, dall’accusa di omicidio il tribunale di Parma non lo ha mai dichiarato «indegno di ereditare». In ballo ci sono un paio di case (valore complessivo circa 700mila euro). Unico ostacolo, l’opposizione delle tre zie. Il processo civile che lo vede contrapposto alle sorelle dei genitori, Paola Carretta, che avviò la causa, e Adriana e Carla Chezzi, sorelle della madre, procede a fatica tra le inesorabili lentezze della giustizia. Più rapidi evidentemente i tempi del penale. Grazie alla decisione del magistrato di sorveglianza di Mantova, Marina Azzini - che ha accolto la richiesta di trasformazione della misura di sicurezza presentata dagli avvocati -, Carretta torna oggi a essere un cittadino qualunque. Libertà vigilata, con un solo obbligo: quello di non cambiare residenza se non con l’autorizzazione del giudice.

Lui da diciotto mesi lavora, impiegato in una cooperativa che gestisce i parcheggi di Forlì. La sera torna a «casa», nella comunità di riabilitazione di Barisano. Vita semplice, ordinata, senza scosse. Si vocifera anche di una compagna. Chissà se un giorno tornerà nell’appartamento di via Rimini, a Parma, quello dove, stando alla sua confessione, avrebbe ammazzato genitori e fratello. Proprio qui sta l’unico tassello ancora mancante a questa storia noir. Ma per i carabinieri, parola del comandante del Ris Luciano Garofano, l’indagine è chiusa. «Un caso davvero anomalo - ammette -. Ma le tracce di sangue che trovammo in casa, per noi, hanno messo la parola fine».