La sterzata radical dei comunisti

Sarà che il cachemire logora chi ce l'ha, sarà che il toscano adesso si fuma nei salotti, fatto sta che il compagno Presidente della Camera Fausto Bertinotti ha sterzato decisamente sul versante «radical». Visto che «chic» lo era già, come resistere alla tentazione di mettere insieme le due cose? E infatti non ha resistito.
Al diavolo le volgari rivendicazioni salariali, al diavolo le nuove povertà e al diavolo anche le vecchie. È arrivato il momento di radicaleggiare. E così, ecco che la Terza Carica dello Stato alza il tiro perché serve «una grande battaglia politica e culturale in Parlamento e nel Paese sui Dico e sui diritti civili. Come ai tempi del divorzio». E per farlo bisogna mettere insieme «sinistra radicale e riformista, laici e liberali».
Non sfuggirà che la Terza Carica dello Stato, fiore all'occhiello di un partito che si chiama Rifondazione comunista, non parla di «comunisti» ma di sinistra radicale riferendosi al suo schieramento. Tale terminologia manderà magari in fibrillazione il direttore di Radio Radicale, che ogni volta spiega che i veri radicali sono, scusate il gioco di parole, i radicali e non la sinistra radicale. Però spiega un fenomeno del quale bisogna prendere atto: quel che resta del vecchio Pci, nei diversi tronconi che vanno da Fassino a Bertinotti e Diliberto, si è trasformato in una sorta di partito radicale di massa: più agguerrito, più numeroso e persino, se mai fosse possibile, più cinico del plotoncino pannelliano.
Basta fare un prova. Prendete un operaio comunista sui sessant'anni, bendategli gli occhi e calatelo in una manifestazione per i cosiddetti diritti civili. Poi toglietegli la benda: tempo dieci secondi e se ne uscirebbe con una gragnuola di enormità così politicamente scorrette che lo prenderebbero per un provocatore fascio-clerico-leghista. Invece, il poveretto è solo rimasto al Pci che faceva il Pci. Al partito che, come ricorda Massimo Caprara che ne fu il braccio destro, ebbe in Palmiro Togliatti un deciso avversario dell'aborto. Al partito che, con l'inserimento della norma sui corpi sociali nella Costituzione, non pensava certo di dare il via libera al matrimonio degli omosessuali. Al partito che espulse per indegnità morale Pier Paolo Pasolini.
Se tornassero in servizio oggi, Marx ed Engels dovrebbero cambiare una parola del celebre incipit del loro Manifesto. Là dove scrivevano «Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo» dovrebbero sostituire «comunismo» con «laicismo». E non dovrebbero fare neanche tanta fatica, perché il laicismo non è altro che il cadavere putrescente del comunismo. La promessa radiosa del «tutto qui e subito» si è rovesciata nel «nulla ora e per sempre». Dall'utopia totalitaria si è passati a quella nichilista attraverso il semplice cambiamento d'uso delle medesime parole d'ordine: alienazione, coscienza, progresso, liberazione, uguaglianza, diritti civili e via delirando.
Con ciò, non si vuole rimpiangere Togliatti e il suo Pci. Ma solo mettere in guardia i gonzi che pensano di poter trattare impunemente con gli eredi di quella storia e di quei metodi. La piazza evocata da Bertinotti non è altro che un immenso Hotel Lux, l'albergo al civico 10 di via Gorkij a Mosca in cui ai tempi del Komintern dimoravano gli alti funzionari del Partito e i capi dei partiti comunisti stranieri. Ruth Fischer von Mayenburg, lo ricorda così: «Qui si discuteva, si cospirava e a volte si taceva in preda a un'angoscia di morte. Qui c'erano lacrime, sogni, tragedie».
Attenzione a quella piazza. E al compagno Bertinotti, subcomandante della sinistra ton sur ton, che la guarderà dall'alto. Magari in vestaglia come il Berlinguer della famosa vignetta di Forattini.
Mario Palmaro