Stessa scrivania del «babbo» vittima delle Br

«Il 2 marzo si avvicina e per noi sarà l’ennesimo anniversario di dolore. Ho perso mio marito, ma mio figlio Angelo oggi lavora alla sua stessa scrivania ed è orgoglioso di indossare la stessa divisa del padre». La signora Alma Broccolini è la vedova di Emanuele Petri, il sovrintendente della Polfer, ucciso alle 8,40 di domenica 2 marzo 2003 in una sparatoria con due presunti terroristi.
Nato a Castiglion del Lago nel novembre del ’55, Petri era entrato in polizia nell'ottobre dei 1973 come allievo nella scuola guardie di pubblica sicurezza di Trieste. Nel maggio del 1974 era stato trasferito a Roma, all'autocentro di polizia, poi nel 1975 in quello di Firenze. Nei 1978 era stato trasferito alla questura di Arezzo dove era rimasto fino all'agosto del 1991, quando era passato al compartimento Polfer di Arezzo. Dal 1992 sovrintendeva il posto Polfer di Terontola. Quella maledetta mattina di 5 anni fa Emanuele, con due colleghi, era salito sul treno Roma-Firenze per un normale controllo di routine. Quando fu ucciso, aveva 48 anni: ad attenderlo, invano, c’erano a casa la moglie Alma e il figlio Angelo. Angelo aveva allora 19 anni, oggi ne ha 24 e indossa con orgoglio la divisa del padre proprio alla Polfer di Terontola. In Angelo rivive ora l’altruismo del papà «Lele», come lo chiamano i colleghi e gli amici di Tuoro sul Trasimeno il paese, in provincia di Perugia, dove il poliziotto abitava: «Lele, sempre a disposizione degli altri», «Lele il compagnone», «un ragazzo al quale piaceva scherzare, sempre con la battuta pronta». Le stesse cose che oggi si dicono di Angelo.
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