«Lo stesso indagato intercettato da due pm diversi»

Il procuratore Grasso davanti alla commissione antimafia ammette l’abuso di registrazioni ambientali: «Servirebbe più coordinamento»

Marianna Bartoccelli

da Roma

Ha parlato di intercettazioni e terrorismo, di ’ndrangheta, di riciclaggio e di infiltrazioni mafiose nei finanziamenti della legge 488 e si è detto pronto a riprendere le indagini sulle stragi del ’92 e ’93 che stanno per essere archiviate. Piero Grasso, il nuovo procuratore nazionale e la Commissione antimafia ieri hanno attraversato il pianeta mafia in un lungo incontro in cui è stato fatto il punto sulle capacità repressive della Direzione nazionale e sullo stato dell’arte nella lotta a Cosa nostra. Con due sole interruzioni volute dal presidente Roberto Centaro che ha tagliato i collegamenti con la sala stampa per segretare l’audizione. Come quando si è parlato di un coinvolgimento di personaggi delle istituzioni in alcune inchieste o si è affrontato la situazione nelle carceri dei detenuti sottoposti al 41 bis.
Per il resto è una lunga carrellata. Con qualche paradosso. «Capita anche che due sostituti intercettino lo stesso numero di un unico indagato in due procedimenti diversi», denuncia quando risponde alle domande del senatore Bobbio di An che ha criticato le forti spese per le intercettazioni telefoniche e ambientali che «divorano il bilancio del ministero». Ma le intercettazioni restano, secondo il procuratore, uno strumento fondamentale. «Basterebbe un coordinamento attento e soprattutto che il ministero facesse delle convenzioni con le società preposte» afferma. E precisa: il problema delle indagini ambientali nasce perchè i magistrati si servono delle strutture dei servizi di intelligence soltanto per le indagini sui latitanti. Il resto è affidato ai privati.
A proposito dei latitanti, Grasso ha sottolineato che, oltre alla caccia a Provenzano, le indagini puntano alla cattura di Mancuso, che dovrebbe trovarsi in Colombia, e di Deodato, anch’egli forse in Bolivia. Proprio la caccia al boss latitante da 40 anni, ha consentito di far luce su un sistema mafioso che ha portato in carcere centinaia di personaggi sino a consentire l’apertura del processo al manager della sanità Michele Aiello.
Parte della seduta è stata dedicata al caso Fortugno, il vicepresidente del Consiglio regionale calabrese assassinato il 16 ottobre a Locri: «Sono ottimista, le indagini procedono in modo veloce» ha dichiarato Grasso che ha messo in evidenza come questo tipo di omicidi nasca da moventi complessi. «Si sceglie la persona che risolve più problemi per l’organizzazione mafiosa», ha aggiunto sottolineando la difficile situazione in cui si trova oggi la magistratura in Calabria.
In merito, Grasso ha evidenziato le differenze tra ’ndrangheta e Cosa nostra. Quest’ultima attua anche delle strategie anche politiche, mentre le cosche calabresi si limitano a colpire i propri nemici e, in proposito, ha ricordato gli omicidi di un tempo «fatti per farsi avanti nelle liste elettorali». Il traffico di droga in mano ai calabresi avviene in «joint venture» con Cosa nostra, mentre i soldi accumulati non vengono reinvestiti nel territorio. E qui Grasso ha posto il problema delle tante difficoltà di requisire e far rientrare in Italia i capitali dei mafiosi all’estero. Accusa inoltre il Parlamento di non aver ratificato le convenzioni Onu firmate a Palermo nel 2000 che stabilivano la possibilità di utilizzare squadre investigative comuni.
Sul terrorismo si dice convinto della necessità di affidare l’incarico specifico dentro la Dna ad un procuratore aggiunto visto che per quanto riguarda l’approvvigionamento di armi e di capitali, le vie sono comuni con le mafie e questo servirebbe a non «farlo sentire un marziano» quando partecipa alle riunioni degli organismi europei, alle quali viene invitato malgrado non abbia alcun titolo ufficiale.