Steve Jobs si dimette Ma un’azienda cos’è senza il suo genio?

Via Jobs (leggi la <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=541866" target="_blank">lettera di dimissioni</a>), Apple potrà rafforzarsi ma non sarà più la stessa. Perché il creatore conta più delle sue invenzioni. Tutte<strong><a href="/techweb/tutte_stranezze_e_curiosita_steve_jobs/25-08-2011/articolo-id=541886-page=0-comments=1" target="_blank"> le stranezze dell'uomo che ha inventato tutto
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di Vittorio Macioce

Il collega della scrivania accanto sta scrivendo un messaggio sulla sua pagina di Facebook. Dopo pochi secondi il messaggio appare al mondo: «Chi compra i prodotti Apple vuole prendersi un pezzetto della filosofia di Steve Jobs. Per questo hanno paura del post». Forse ha ragione lui. Il consumatore innamorato è animista. Non si accontenta del prodotto, sogna un po’ di magia, vuole condividere una pezzo di vita, uno sguardo, un modo di essere, un’identità, quasi una religione. Ora che il «padre della mela» ha fatto un passo più in là, verso l’alto, ora che si è un po’ defilato, dietro le quinte, per colpa di un tumore contro cui non smette di combattere, si sta qui a interrogarsi sul dopo. Cosa cambia? Che succede? I mercati che dicono? Sarà ancora la stessa Apple? Quanto conta l’uomo? Quanto conta l’azienda? È meglio dirlo subito. La Apple senza Steve Jobs non scompare e nemmeno tradisce, ma sarà comunque qualcosa di diverso. Magari più solida, più forte, più tranquilla, più moderna, più consapevole. Solo che gli uomini, quelli in carne e ossa, quelli che marchiano le cose della vita, non sono mai ininfluenti, qualcosa che manca resta, si avverte, come un’ombra, una pagina bianca, un passo perduto, o semplicemente una voce che continua a dire: «Siate affamati, siate folli».
Jobs è la mela. È un maniaco dei particolari, l’immagine dell’imprenditore sombartiano condannato a una frenesia senza tregua, con lo spirito di Faust nelle viscere. Chris Espinoza, l’ottavo dipendente assunto da Jobs alla Apple, racconta: «Dava giudizi, che era poi il suo miglior talento: sulle tastiere, sul design della scatola, sul logo, su quali parti comprare, sulla progettazione delle schede, sulla connessione delle parti, i venditori da selezionare, sul metodo d'assemblaggio, quello di distribuzione, insomma su ogni cosa». Era il 1975. Vic Gundotra, vicepresidente Google, ricorda che nel 2008 gli arrivò una telefonata di domenica mattina. Era lui. Era Jobs. Era preoccupato per il colore giallo di una scritta Google in un’icona da piazzare nella home screen di un iPhone. A quelli così chi gli vuole bene consiglia di fermarsi un attimo, di non stare sempre dietro a tutto, non tocca a loro spostare le sedie o preoccuparsi di particolari che i suoi collaboratori potrebbero curare niente. La risposta di solito è: non posso. Non lo fai per i soldi. Non lo fai per il successo. Lo fai per quella maledetta fame di avventura, di creazione, di sfida, di eternità. «Osserva un artista, se è davvero in gamba, gli capita sempre prima o poi di arrivare al punto in cui potrebbe fare un unica cosa per il resto della vita, e per tutto il mondo esterno continuerebbe ad avere successo ma non avrebbe successo per se stesso. Quello è il momento in cui si vede davvero chi è, se si mette in gioco rischiando il fallimento, è ancora un artista».
Neppure le borse sanno bene come prendere questo mezzo addio. Prima vanno giù. Poi, però, il crollo non arriva. Il titolo perde, ma non sprofonda. I mercati non sanno cosa dire. È la Apple che dovrà fare i conti con il passo indietro di questo «pazzo», non più amministratore delegato ma «solo» presidente. Jobs ha fatto di tutto per non arrivare a questo passo scoperto. Si è scelto gli uomini, come lui, con gli stessi occhi che brillano, con la voglia di regalare al mondo un giocattolo divertente, bello, con un senso, un po’ come accadeva ai discepoli di Pitagora quando macchinavano con i numeri. La Apple in fondo ha un vantaggio filosofico su tutti gli altri mercanti. Non cerca clienti, li crea. «Non puoi chiedere ai clienti cosa vogliono e poi darglielo. Nel momento in cui avrai costruito quello che volevano, vorranno qualcos'altro». Il Mac, l’iPhone, l’iPod, l’iPad non sono una moda. È quello che ti serve se vuoi cominciare un viaggio. Le tue conoscenze devono essere profonde, o a portata di mano. Il bagaglio deve essere leggero. Niente pesi. Nessuna certezza assoluta, ma la capacità di saper navigare quando ti trovi davanti un mare sconosciuto. La rotta te la fai tu. Ecco. È questo il rischio che gli uomini Apple si troveranno davanti. Steve Jobs, come tutti gli esploratori, è un eroe della leggerezza. Gli altri, Tim Coock e tutti quelli che verranno dopo, porteranno in spalla un’ombra pesante.