Steve Martin, un istrione che sa anche scrivere

«Shopgirl» è stato un flop al cinema. Ma come romanzo si fa apprezzare per stile e contenuto

Neanche fosse l’ultimo filmetto italiano d’autore, di quelli pretenziosi e sfigati che nessuno vede. Uscito il 7 dicembre scorso, in otto copie, distribuito dalla pur influente Medusa, Shopgirl ha incassato - in tutto! - 2.859 euro. Un disastro. Direte: allora perché parlarne qui? Perché questa commedia bizzarra e sommessa, attraversata da un malinconico senso della caducità amorosa, nasce da un caso letterario piuttosto curioso.
A scrivere Shopgirl, prima di produrlo e interpretarlo al cinema con gli esiti appena descritti, è Steve Martin. Sì, quell’attore coi capelli bianchi e il viso da simpatica canaglia. Texano, classe 1945, gran entertainer dal vivo (una specie di Benigni) e prodigioso suonatore di banjo, Martin oltreoceano è un’istituzione comica; anche se, negli anni, ha dimostrato di saper piegare quel suo estro sulfureo e buffo a corde più intimiste e segrete. Insomma, benché abbia appena sostituito il mitico Peter Sellers nel revival della Pantera Rosa (lo si vedrà a Sanremo per una comparsata promozionale al fianco di Panariello), gli si farebbe un torto a elogiarlo solo per titoli come La piccola bottega degli orrori o il remake di Il padre della sposa. Predicatore imbroglione in Vendesi miracolo o produttore rapace in Grand Canyon, Martin incarna un tipo di star che in Italia ce lo sogniamo: non fosse altro perché, tra un set e l’altro, s’è messo a scrivere fenomenali racconti per il New Yorker e il New York Times. Una passione consacrata proprio da questo romanzetto, datato 2000, appena ripubblicato da Einaudi (pagg. 137, euro 9), con una nuova copertina, presa da una scena del film.
Vi si vede l’attore, in smoking e farfallino, accarezzare al collo una ragazza eterea ed elegante, coi capelli raccolti in un chignon. Lui nella storia si chiama Ray Porter, ricco uomo d’affari che si divide tra Seattle e Los Angeles, senza capire le donne ma con un gran bisogno di conquistarle; lei, sullo schermo Claire Danes, è Mirabelle, originaria del Vermont e commessa in un lussuoso emporio di Beverly Hills: solo che vende guanti, merce elitaria e fuori moda, che nessuno acquista più. Uno pensa: ecco un’altra variazione sul tema di Pigmalione, con l’uomo di mondo distratto e annoiato che si invaghisce della ragazza del popolo, intravedendo in lei potenzialità inespresse. Invece no.
Si comincia a leggere il libro, diviso in ventisette capitoli, con l’aria diffidente che si riserva di solito ai cabarettisti o ai cantanti morsi da ambizioni letterarie. Ma bastano poche righe, nell’ammirevole traduzione di Gioia Guerzoni, per farsi risucchiare dentro uno stile personale, tutt’altro che corrivo, che perlustra la condizione umana con piglio agro-dolce, senza rinunciare a descrizioni anche crude in fatto di sesso. Per dare un’idea, ecco come Mirabelle, nome che pare sortire da un film di Rohmer, riassume «le tre qualità essenziali» della bugia ideale: «Prima di tutto, deve avere un fondo di verità. Secondo, l’ascoltatore deve dispiacersi per te. Terzo, deve essere un po’ imbarazzante». Oppure, assumendo lo sguardo della commessa, così l’autore osserva il catalogo delle manomissioni da chirurgia estetica: «Nasi scolpiti in forme non contemplate in natura, capelli cotonati e tinti fino a sembrare meringhe dalle sfumature metalliche, visi tirati come maschere di morte. La varietà delle alterazioni è enorme, tranne quando si tratta di seni, nel qual caso è previsto solo il rigonfiamento».
A pensarci bene, Shopgirl può essere letto (e visto al cinema) come una sorta di «anti-Bridget Jones». Sola e depressa, a rischio psicofarmaci, Mirabelle vive e cammina con una grazia speciale e ombrosa, e si incarterebbe con un artistoide sdrucito e pitocco se non conoscesse quel signore col doppio dei suoi anni. Ma non è storia a lieto fine, almeno per lui che, nel vederla allontanarsi finalmente matura e più consapevole di sé, riflette amaramente: «Com’è possibile, pensa, che gli manchi una donna che ha tenuto a distanza proprio per non sentirne la mancanza il giorno che se ne fosse andata?». Vale per l’amore, certamente. Ma non solo. Se avete perso il film, magari affittate il dvd. Però il romanzo, che suona alquanto autobiografico, andate subito a comprarlo.