Steven Seagal: «Il futuro? Un mix di blues e kung fu»

Successo a Londra dell’attore in tour con la sua band e del suo cd «Mojo Priest». Quest’estate sarà in Italia

da Londra

Fa un freddo cane in questa serata londinese di fine marzo, tira un vento sferzante che fa roteare i fiocchi di neve impazziti. Roba da starsene in casa, ma davanti allo Shepherd Bush Empire c’è una lunga coda che da due ore sfida stoicamente il gelo. In sala però la temperatura si fa subito bollente; è una notte di blues e la star è sul palco... Ha passato i cinquant’anni, ha il volto da duro e ha ceduto alla ciccia parte dei suoi famosi muscoli. Ma chissenefrega del fisico - sembra dire Steven Seagal - dopo che ha conquistato le classifiche con gli album Songs From the Crystal Cave (ospite Stevie Wonder) e soprattutto con il recente Mojo Priest e ha stregato l’Inghilterra (insieme alla sua band formata esclusivamente da musicisti di colore) con 68 trionfali concerti prima di concludere il tour a Parigi. In Italia arriverà quest’estate, tra giugno e luglio, grazie all’occhio lungo del chitarrista e promoter Toll Ayros. «Il blues è stato il mio primo amore perché il blues è la vita - racconta Seagal -, il modo più sincero per raccontare la gioia, il dolore, i sentimenti. Ho iniziato a suonare la chitarra a dodici anni, ma ci ho messo molto prima di farlo professionalmente, perché ho grande rispetto per i bluesmen e le loro radici».
Suona da anni, ma solo di recente il grande pubblico e la critica si sono accorti di lui. Così la sua chitarra taglia gli accordi in modo caotico, anarchico, esplosivo; modula le inquietudini del Mississippi in Gunfire In a Juke Joint, si butta sui suoni elettrici di Chicago in Somewhere In Between, colora con l’acustica e con la violenza dello slide l’intensa My Time Is Numbered. Suona e canta con slancio ma al tempo stesso con concentrazione espressiva, e scrive brani di schietta carnalità, lasciando spazio a poche cover di classe come Oochie Coochie Man di Muddy Waters e Dust My Broom di Elmore James. Un genio? Non esageriamo; comunque un artista che sa divertire utilizzando - in ugual percentuale - il mestiere di entertainer e la carica vitale del blues. «Mi ispiro a figure leggendarie risalendo dalle origini agli anni Settanta; i miei maestri sono Robert Johnson, John Lee Hooker, Muddy Waters e Jimi Hendrix, forse il più grande rivoluzionario della chitarra. Ma non serve cercare di imitarli, bisogna avere qualcosa dentro. Li imito soltanto collezionando le loro chitarre».
Il duro che nei film sbaraglia spietatamente i delinquenti a colpi di karate e kung fu esce dallo schermo per mettere in scena i suoi veri sentimenti. «È lo stesso spirito, per suonare il blues bisogna essere dei duri con un cuore d’oro, perché questa musica è il linguaggio del Divino». Ma come, non è sempre stata la musica del Diavolo? «Allora mettiamola così, è il suono di qualcosa di spirituale. La divinità è una sola, qualunque nome le si voglia attribuire. L’ho imparato vivendo in Giappone». Laggiù è diventato buddhista, maestro Zen e mago delle arti marziali, che lo hanno reso famoso nel cinema ma anche come maestro di grandi attori e guardia del corpo di politici e personaggi famosi. «Ma le arti marziali non sono violenza, sono una disciplina per rafforzare ed educare lo spirito ed il corpo». E anche per trasformarsi, con film d’azione campioni d’incasso come Nico e Trappola in alto mare, in quello che fu definito «il salvadanaio» della Warner Bros. E allora qualcuno è autorizzato a pensare che, invece di trasformarsi in un eroe bolso e imbalsamato come Charles Bronson abbia deciso di seguire una strada più tranquilla. «Sono famoso come attore e questo mi aiuta, ma stare in tournée è estenuante, più che fare un film. Ho girato tutti gli Stati Uniti e ora l’Europa. Qui bisogna essere in forma, sei davanti al pubblico e quello se sbagli non perdona». Per ora comunque è un grande successo, sottolineato anche dai critici musicali più integralisti che l’hanno preso in simpatia. «Ma non penso al successo, il fatto è che il concerto e lo scrivere canzoni mi divertono, sono parte di me». E poi ci sono le collaborazioni che parlano per lui... va be’ che a una star una comparsata non la rifiuta nessuno, però lui è riuscito a suonare con B.B.King, con anzianissimi senatori quali Honeyboy Edwards e Robert Lockwood Jr, con il glorioso chitarrista di Chicago Hubert Sumlin e il re del r’n’r Bo Diddley. («Ma io sono e sarò sempre un loro ammiratore e allievo», commenta Seagal).
E col cinema? Ha chiuso? «Sia come regista e come attore non mi fermo, anche perché sono molto impegnato nel sociale», come testimoniano le sue raccolte di fondi per l’Aids e l’Africa. In questi anni la sua attività di attore e produttore è frenetica, ma i suoi film raramente arrivano in Europa. Forse arriverà Prince of Pistols, film d’avventura in produzione a New Orleans per supportare i profughi dell’uragano Katrina.