Stevenson e la difficile arte di oziare

Un elogio d’autore, vecchio più di un secolo eppure attualissimo, alla più difficile delle occupazioni: il non fare niente. Un libriccino perfetto scritto nel 1877

Ecco un libricino perfetto per i nostri tempi vissuti sempre in accelerazione, senza tempo per nulla e per nessuno se non per il lavoro e la carriera (e a inseguire come un miraggio il “tempo libero”, che poi si passa a parlare di colleghi e di lavoro). E’ un libricino perfetto, scritto di getto nell’estate del 1877 da uno dei più popolari scrittori della storia della letteratura mondiale: Robert Louis Stevenson (1850-1894), che da buon scozzese sapeva centellinare soldi, pagine e tempo. S’intitola An Apology for Idlers e viene ripubblicato oggi, in una nuova edizione con testo originale a fronte (Robert Louis Stevenson, Elogio dell’ozio, La Vita Felice, pagg. 58, euro 6,50; a cura di Franco Venturi).

“Esiste una sorta di morti viventi, individui insulsi che a malapena sono consapevoli di esistere se non nell’esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portateli in campagna o imbarcateli su una nave e vedrete quanto si struggeranno di nostalgia per il lavoro o il loro studio. Non sono spinti da curiosità, non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del caso, non provano piacere nel semplice esercizio delle loro facoltà, e, a meno che la Necessità non li colpisca con un bastone, resteranno immobili”, scrive Stevenson frustando in faccia gli accidiosi – categoria ben diversa dagli “oziosi” in senso nobile - e tutti coloro che sono infoiati dalla corsa al successo. E ancora: “Non vale la pena di parlare con gente simile: sono incapaci di abbandonarsi alla pigrizia, la loro natura non è abbastanza generosa; e trascorrono in una specie di coma le ore che non sono dedicate alle frenetica furia di arricchirsi”.

Bisogna fuggire la pigrizia e l’affanno, ma è buona cosa lasciarsi andare all’ozio: non un vizio per Stevenson (e per molti altri filosofi e scrittori di tutti i tempi che come lui hanno difeso a spada tratta il diritto alla non-azione, da Seneca a Bertrand Russell) ma abilità di riflettere senza necessariamente agire. Ecco cos’è l’otium: un’occupazione votata alla “speculazione” intellettuale e spirituale che deve alternarsi - non necessariamente sostituirsi – al negotium, cioè la gestione dei propri affari materiali. “Dobbiamo rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all’interno del difficile mestiere di vivere”, è l’insegnamento di Stevenson. All’apparenza una cosa facilissima, in realtà quasi impossibile per molti. Come oziare.