Ma stiamo davvero vincendo?

Diceva giorni fa un commentatore tv, davanti a una delle grandi delusioni azzurre di Pechino, che «l’importante è esserci». Il problema però è che, siccome ai Giochi di solito si contano le vittorie, questa speciale categoria - molto amata da chi sventola con orgoglio il bandierone - non sappiamo dove metterla nel medagliere. Ieri, ad esempio, la nostra personale Olimpiade da spettatore ha vissuto la giornata più difficile, anche se un bronzo è arrivato, però grazie a un argentino naturalizzato. Cosa che - con tutto il rispetto per entrambi - ha lo stesso valore di quando ci esaltavamo per gli ori di Fiona May. Medaglie italiane, sì: ma di italiano cosa ci abbiamo messo?
Ecco perché dopo i ko di Cassina e delle ragazze della pallavolo (e forse se lo chiediamo a loro «l’esserci» diventa meno importante) ci siamo tutti sentiti un po’ in difficoltà, soprattutto dopo aver letto quel giornale che celebrava lo «splendido quindicesimo posto» del giorno prima di un atleta azzurro. Sì, certo: l’importante è esserci, magari però qualche altra medaglia la vorremmo portare a casa. Diciamolo: nei Giochi del buonismo imperante l’insoddisfazione pare non sia compresa, eppure - pensateci un attimo - non riusciamo a «dire grazie» alle ragazze del Setterosa, così come il prode Failla ci ha ordinato dal microfono della Rai. Non diciamo niente, è meglio.
Insomma: abbiamo vinto già 21 medaglie, ma eravamo partiti carichi di gloria e di grandi favoriti che si sono persi nello smog di Pechino. Certo, viva la Vezzali e le fiorettiste, viva la Pellegrini e la Filippi. Ma Magnini? E Howe? Oppure la Ferrari, la Carrara, Bettini, Benelli, Montano nell’individuale? E tutte le squadre, volley maschile escluso solo perché ha giocato questa mattina presto e speriamo non ci faccia andare di traverso il caffè del risveglio?
Sì, è vero: siamo insaziabili. Il Coni dice che se vinciamo 10 ori e 30 medaglie dobbiamo essere strafelici e probabilmente a questo obbiettivo andremo vicini. Però c’è un non so che che ci tormenta, la sensazione che non siamo poi il Paese così piccolo che ci raccontano per spiegarci perché - ad esempio - la Gran Bretagna (stesso numero di abitanti e, per inciso, pronta a stanziare 100 milioni di sterline per lo sport in vista di Londra 2012) fa meglio di noi. Andiamo bene, è vero; vinciamo, è vero. Dopodiché ci sediamo e speriamo che nei prossimi 4 anni spuntino dei Tagliariol come funghi approfittando di qualche temporale. L’allarme che leggete qui a fianco è di Josefa Idem. La sintesi è: o si cambia o lo sport italiano muore. Detto da una che italiana non era, e che per questo forse vede un po’ più lontano, dovremmo ascoltarla. E davanti a un quindicesimo posto magari cominciare a fare qualcosa.