Lo stile Stone Island, un esperimento che dura dal 1982

Una felice coincidenza, anzi due se non di più. Si può definire così la mostra per i 30 anni del marchio Stone Island curata da Simon Foxton e Nicholas Griffiths alla stazione Leopolda di Firenze. Location migliore non si poteva scegliere: uno dei migliori esempi di archeologia industriale della città per un brand creato da Carlo Rivetti uno che ha alle spalle l'intera storia dell'industrializzazione nel nostro Paese essendo membro di una famiglia da otto generazioni nel tessile-abbigliamento italiano. Presidente e amministratore delegato di Sportswear Company l'azienda produttrice del brand, Rivetti sostiene di somigliare in qualche modo a questo marchio: «Abbiamo entrambi un po' di puzza sotto il naso e una certa dose di lucida follia nel DNA - dice - a me come a Stone Island piace essere fuori dalle mode pur essendo nella moda».
Il bello è che tutto è cominciato per caso, da un errore di tintura: han preso un materiale tipicamente industriale come la cosiddetta «tela stella» con cui si fanno i teloni dei camion e, tingendola, si sono accorti che aveva una superficie bifacciale (ovvero da una parte cotone, dall'altra nylon) perché il colore prendeva in modo radicalmente diverso. Nel caso specifico si ritrovarono con un tessuto verde da un lato e arancione dall'altro. Così si sono detti: «Facciamo una nuova linea: 7 giacche in un solo materiale finora inedito per l'abbigliamento». A questo punto bisognava trovare un nome e facendo una ricerca d'archivio hanno scoperto che le parole più usate da Joseph Conrad nei suoi romanzi sono «Stone» ovvero Pietra e «Island» ovvero Isola.
In mezzo a tutto Carlo stava leggendo un libro intitolato L'isola di pietra che in copertina aveva il disegno della rosa dei venti. Da qui l'idea del logo applicato sulla manica sinistra come le mostrine militari. Tra i 200 capi d'archivio esposti ci sono alcune delle pietre miliari di un marchio votato da 30 anni all'estrema ricerca: dai giubbotti costruiti in un monofilamento di nylon che crea una fitta rete derivata dalla tecnologia del filtraggio delle acque oppure la giacca che cambia colore a seconda della temperatura atmosferica grazie a una spalmatura di cristalli liquidi. «Abbiamo fatto giacconi con le fibre ottiche oppure con microsfere di vetro ad altra rifrangenza utilissimi in caso d'incidente notturno, anche se i ragazzi li scelgono per far scena in discoteca» conclude Rivetti spiegando che Stone Island non è un guardaroba da Eta Beta anche se le invenzioni sono innumerevoli. «Dietro a ogni dettaglio c'è un perché: senza una funzione d'uso si ritorna nella moda».