Uno stilettare che mi ricorda Guareschi

La categoria degli specialisti in varia umanità, in critica di costume, in corsivi, in elzeviri è inflazionata, così come lo è quella degli intervistatori. Il rubrichista, il corsivista, il commentatore, l’opinionista è, in fondo, un cannibale, forse anche un po’ parassita: è il giornalista che al mattino mangia giornali; e la digestione consiste nel darci il suo parere il mattino dopo. Ma, pure tra questa turba, c’è – come sempre – il grano e c’è la paglia; c’è la farina e c’è la crusca. E, anche qui, Stefano Lorenzetto mi sembra far parte della prima categoria. Sembro ruffiano, lo so; e invece sono, ancora una volta, oggettivo. In effetti parlo, lo ripeto, da scriba di lungo corso; da chi, ormai vecchio – di anagrafe e di tessera dell’Ordine – sa che cosa dice. So bene, dunque, per esperienza annosa, che significhi fare una serie di interviste e, da esse, trarre dei libri. Ma so anche che significhi tenere una rubrica (una, sul quotidiano cattolico, mi spinsi a pubblicarla ben tre volte la settimana, per anni), so che significhi scrivere un corsivo, uno sfogo, un ritratto, un commento, un’opinione. Ho l’occhio logoro nel soppesare chi ha fatto e fa il mio stesso lavoro.
Se qui mi confermo nel giudizio di una qualità singolare, ci sono dei buoni motivi. Innanzitutto, quell’opinionista vulgaris (nel senso latino, s’intende...) che dicevamo è di bocca buona: gli bastano le notizie che trova in pagina e – pur sapendo bene quali siano le imprecisioni, le deformazioni, magari le faziosità delle redazioni – le commenta come fossero autentiche o, almeno, precise, così come sono pubblicate. La sua indolenza, poi, si spinge spesso al punto di non dargli neanche la voglia di aprire una qualche garzantina per controllare qualcosa.
È una pigrizia, è una superficialità che non affliggono di certo il Lorenzetto. La notizia su cui vuole dire la sua è per lui un punto di partenza per scavi sorprendenti: c’è da restare ammirati dallo scialo di cifre precise, di fatti correlati, di nomi verificati. \ Insomma, non c’è nulla della sciatteria pigra del commentatore che non leva il sedere dalla sedia, che se la cava con un repertorio di battute, che mescola sdegno e sarcasmo, che frigge – quasi fossero leccornie – parole imprecise nell’olio di altre parole altrettanto imprecise. C’è in Lorenzetto una curiosità di approfondire, di controllare, di parlare solo su dati e fatti precisi che dovrebbe essere di ogni gazzettiere e che gli dà una serietà che manca ai tanti colleghi che si misurano con quel nulla che è, troppo spesso, la «critica di costume».
A proposito. Forse, l’impressione è solo personale: ma mi è sembrato di auscultare qualcosa che ho amato, in certi accenti dove lo stilettare di Lorenzetto non riesce a nascondere la bonarietà di fondo, in certo suo gusto di un umorismo salace e al contempo comprensivo, non maligno. Quel «qualcosa» è il ricordo di letture che furono tra quelle che segnarono la mia adolescenza: sono lo Zibaldino, innanzitutto; e, poi, Il destino si chiama Clotilde, La scoperta di Milano. Oltre, naturalmente, alla saga di Mondo piccolo. Ma sì, Giovannino Guareschi, quel grande parmigiano che so essere caro anche a questo veronese, pronto egli pure a fuggire da Milano per guardare il mondo dal nido caldo del suo paese. Guareschiane mi sembrano anche certe idiosincrasie curiose, certi rifiuti umorali, come l’avversione per gli anelli in dita maschili o per determinati tic ed espressioni linguistiche \.