Lo stilista delle dive? Un tipo tutto casa bottega e "dolce vita"

Corre per l’Oscar il film su Valentino. Il grande stilista interpreta se stesso in un racconto dal sapore felliniano. Con il socio e partner Giammetti ripensa al loro primo incontro in Via Veneto

Roma - Il mondo della fame, che avanza, e il mondo del lusso, che arretra, s’ignoravano ieri nella caput mundi, simbolicamente divisa tra conferenze alla Fao (più grano per tutti) e omaggi all’«ultimo imperatore» Valentino, il re dei re dell’alta moda. «Dopo di me, il diluvio», dice infatti il couturier di Voghera, che adesso si fa conoscere in tutta la sua simpatia d’icona (dello stile, del saper vivere, del saper lasciare la festa «quando è ancora piena di gente») recitando se stesso nel film di Matt Tyrnauer Valentino. The last Emperor (da venerdì in dieci selezionate sale), ora in corsa per l’Oscar. E mentre qualunque donna, degna di questo nome, vorrebbe avere nel proprio guardaroba almeno un tailleur «rosso Valentino», lui, l’arbiter elegantiarum, in fondo è un uomo semplice: ama soltanto il meglio. «La mia idea di glamour? Ce l’ho nel sangue», sospira quest’eterno giovanotto da yacht, mentre il regista, un giovane losangelino che ci ha messo due anni per filmare lo stilista tra efebiche modelle e sarte romane agguerritissime («Ahò, che è ’sto guazzabuglio?», fa la caposarta d’atelier, cucendo a mano tanti piccoli strass), lo insegue dappertutto.

Così, è un piacere addentrarsi in quella che fu la routine professionale di quest’eccellenza italiana, alla quale (non per caso) uno straniero ha voluto dedicare un ritratto vero e umano in ogni sua sfaccettatura. «Ho vissuto esclusivamente per le mie creazioni, passando da piazza Mignanelli, dov’era il mio laboratorio all’Appia Pignatelli, dov’è casa mia. La mia vita, prima, era tutta chiusa in quella sartoria. Adesso voglio viaggiare in quei 4-5 posti che non conosco, visitare musei, andare a teatro», racconta Valentino, accompagnato dal socio e partner di vita Giancarlo Giammetti, una sorta di scudo levato, per mezzo secolo, a difendere dagli orrori della vita pratica Valentino l’artista.

Nel film, dal sapore felliniano quando cita una «dolce vita» persa per sempre (Valentino e Giammetti vagano per una via Veneto oggi dozzinale, questionando su in quale bar si siano incontrati, nei Sessanta del loro spicco), vediamo il sarto, mentre disegna abiti, con i suoi sei cani (di razza pug) ai piedi. Sono gli stessi cagnolini, che lo accompagnano sull’aereo privato, seduti in fila su un divano tutto per loro o che posano davanti al fotografo e poi si fanno lavare i denti e profumare la bocca con l’apposito spray... «Avevo dodici anni quando vidi sullo schermo le attrici Lana Turner, Judy Garland, Edy Lamarr. Ne rimasi così estasiato che decisi di creare abiti per donne belle come loro. Donne, che oggi troverei “da rivista”. Però sognavo quelle lamine d'argento, quegli strascichi di tulle, che mi facevano capire che dovevo vestire le donne, le dive più belle del mondo», rievoca il couturier, sfoggiando al polso delicati braccialetti di diamanti e al collo una sciarpa grigia, con un teschio all’estremità. E se l’era delle Ziegfield Folies è svanita, con il carisma delle star in bianco e nero, «negli Usa il tappeto rosso è ancora inebriante, sebbene stia scemando, per ragioni economiche, il glamour delle celebrità di altre epoche», commenta Valentino, sorvegliato da Giammetti.

Anche qui: un certo stile emerge, nel rapporto tra i due amanti, riservati e lontani anni luce da ogni ostentazione. «Mai visto un legame così stretto e di così lunga durata: le giovani generazioni prendano esempio», nota Tyrnauer, dichiarandosi felice della corsa all’Oscar del suo docufilm, che ha riscosso successo di pubblico e di critica in America. «L’alta moda - chiosa lo stilista - è un mondo affascinante, che m’ha dato grandi incentivi. Ma il momento non è propizio e, certo, rimpiango il periodo dell’opulenza. Sono anche felice di non far più parte di questo mondo: non potrei più esprimermi come voglio».