Lo stilista Ferrè in rianimazione. Paura per l’architetto della moda

da Milano

Giovedì ha tenuto una lezione al Politecnico di Milano e gli studenti, sedotti dalla sua straordinaria lucidità, non si sono neppure accorti del difetto di pronuncia che affliggeva Gianfranco Ferrè da quando, cinque anni fa, era stato colpito dal primo ictus. Grazie alla fisioterapia e soprattutto all’incredibile determinazione di cui ha sempre dato prova, l’architetto-stilista aveva cancellato tutti i segni della malattia tranne una certa difficoltà nel parlare. Proprio lui che era un meraviglioso affabulatore di mode e modi, il più colto dei nostri designer, doveva fare sforzi sovrumani per riuscire ad articolare le parole in modo comprensibile.
Eppure tra tante urla di cattivo gusto, la sua voce ormai ridotta a un filo sembrava levarsi forte e chiara in difesa della vera eleganza, quella che dall’anima passa al corpo senza soluzione di continuità. Anche per questo è particolarmente doloroso apprendere che un grave fatto cerebrale lo ha colpito venerdì mattina determinandone il ricovero nell’unità di terapia intensiva dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Ferrè aveva un sacro rispetto dell’intelligenza, una donna bella ma senza cervello era per lui insopportabile quanto il cinismo, l’ignoranza e la volgarità.
Nato a Legnano nel 1944 da una famiglia borghese che l’ha cresciuto senza grilli per la testa, ma con un culto del dovere tipicamente lombardo per non dire austro-ungarico, lo stilista ha cominciato a lavorare solo dopo la laurea in Architettura. Il suo genio creativo venne scoperto nel fatidico ’68 da Anna Riva e Anna Piaggi, due giornaliste di moda d’insuperabile competenza. «Disegnava accessori divini - racconta Anna Riva - con una sua cintura si poteva togliere la banalità da qualsiasi vestito». Dopo un serio apprendistato tessile che l’ha portato a vivere per lunghi periodi in India dove ha appreso tutti i segreti del ricamo e un certo gusto per l’opulenza decorativa, Ferrè si è lanciato nella grande avventura della moda. Nel ’74 ha fondato la griffe che porta il suo nome in società con Franco Mattioli. «Si sono dati sempre del lei pur lavorando a stretto contatto per quasi vent’anni» raccontano gli amici. Il sodalizio d’affari si ruppe perché nell’89 lo stilista venne chiamato da Bernard Arnault, fondatore del potente Gruppo Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy), alla direzione artistica di Christian Dior dopo Marc Bohan. «Pensa troppo all’alta moda», commentava asciutto Mattioli, mentre Ferrè caparbiamente lavorava con indiscusso talento tanto alla couture quanto al prêt-à-porter.
Certo i traguardi raggiunte nel nome di Dior lo segnarono indelebilmente. E la sua visione di eleganza raggiunse vette incomprensibili a chi nella moda riesce a vedere solo il profitto. Così dopo estenuanti trattative nel 2002 venne siglato l’accordo di vendita del 90 per cento del marchio per 161,7 milioni di euro alla It Holding di Tonino Perna che in seguito ha completato l’acquisto dell’intero pacchetto azionario lasciando comunque la direzione artistica allo stilista. Lo scorso anno le vendite al dettaglio della griffe sono aumentate del 37,9 per cento. E l’avventura stava promettendo di continuare ancora meglio visto che Ferrè, a 63 anni, ha ancora moltissimo da dire, e dare alla moda un’inesauribile creatività.