Stime spericolate

Due giorni. Troppi per rifare i titoli allarmistici di tanti nostri giornali. Ma pochi per rendere anche tecnicamente obsolete le precedenti stime del Fondo Monetario sulla crescita dell'economia italiana nel 2005-2006. Sono bastati due giorni perché il «World Economic Outlook» correggesse, per quest'anno, da un negativo -0,3 per cento a un semplice 0,0 la previsione dell'incremento del Pil rispetto al 2004 e mantenendo quella già positiva per il 2006, con prospettiva di miglioramento. Le stime e le previsioni macroeconomiche, si sa, sono fatte per essere aggiornate e corrette nel tempo, non rispecchiano una realtà che esiste da qualche parte e resta solo da scoprire (come purtroppo molti credono, anche per propensione ideologica). Servono per capire le tendenze in corso, per orientare le scelte, per seguire l'andamento dell'economia. Andamento che, essendo frutto delle decisioni e delle aspettative, cioè dei comportamenti umani privati e pubblici, individuali e collettivi (e non di una storia predeterminata), può essere a sua volta anche fortemente influenzato da quelle stime e previsioni. Soprattutto se di esse si fa un uso spericolato e strumentale, per cui anche due giorni sono meglio di niente, come in questo caso, in impassibile attesa della smentita dei fatti. In sé non c'è niente di strano nella correzione positiva apportata in extremis dal Fondo, se non fosse per un beffardo gioco del calendario fra l'anticipazione del suo contenuto provvisorio e la pubblicazione dei dati Istat sul Pil italiano nel secondo trimestre, che ha segnato un inatteso incremento dello 0,7 per cento su base annua. Con questo risultato, fra l'altro nettamente migliore di quelli degli altri principali Paesi europei (Germania e Francia su tutti), l'economia italiana è uscita dalla cosiddetta «recessione tecnica», che si ha per definizione dopo due trimestri consecutivi di diminuzione del Pil. Una svolta congiunturale dunque, abbastanza marcata, un'inversione di tendenza che naturalmente dovrà essere confermata nei prossimi trimestri e che del resto ci si aspetta risulterà rafforzata. Diciamo pure una buona e promettente notizia, piuttosto trascurata invece (siamo eufemisti: non troppo enfatizzata!) dai nostri più schifiltosi mezzi di comunicazione di massa. Che comunque sapevano già perfettamente quello di cui il World Economic Outlook semplicemente non aveva fatto in tempo a tener conto, attribuendo quindi all'Italia, nel quadro di un generale, drastico ribasso delle sue stime di crescita a livello internazionale (dall'1,6 all'1,3 per l'area euro), una riduzione dello 0,3 come si è detto. E per la verità attribuiva in gran parte questa diminuzione al rincaro del petrolio, che intanto si allinea inesorabilmente sui 70 dollari al barile e mette a rischio l'intera economia mondiale. Adesso il Fondo Monetario ha registrato la ripresa e conferma tecnicamente la fine della recessione: tutto a posto. Intendiamoci, tutto a posto nel senso dell'analisi congiunturale e... della correttezza dell'informazione, non certo in quello della crescita strutturale di lungo periodo. Non possiamo essere soddisfatti di un tasso di non-variazione del Pil nel 2005, che tuttavia potrebbe ancora migliorare e probabilmente migliorerà nel secondo semestre dell'anno. Né potremo essere del tutto soddisfatti dell'1,5 per cento (probabilmente di più) previsto, sempre dal Fmi, per il 2006, anche se ora conta soprattutto l'inversione di tendenza e il recupero in corso. Ma intanto, pur sapendo che la stima iniziale avrebbe dovuto essere presto corretta per effetto del rimbalzo del nostro Pil - cioè pur sapendo che le bugie avrebbero avuto le gambe cortissime - gran parte dei nostri mezzi di comunicazione non ha perso l'occasione (in sé ridicola) per gridare al disastro, anzi al «più disastro» ancora. Forse anche l'uso strumentale delle previsioni macroeconomiche meriterebbe di essere regolamentato in qualche paragrafo dei codici etici (o estetici) dei quali si lamenta un gran bisogno, fra una «questione morale» e l'altra. Quanto ai doveri della politica, il primo sembrerebbe quello di non intorbidare le acque sulle prospettive economiche di un Paese che ha scelte urgenti da fare per il proprio futuro, con coerenza ed efficacia, in direzione dello sviluppo.