Sting: «Ho trovato nel Rinascimento le origini di tutti i cantautori»

Esce «Songs From the Labyrinth», album per liuto e voce dedicato al compositore John Dowland

Antonio Lodetti

da Londra

Un giorno disse: «Il rock è morto» e fu attaccato da tutte le parti. Ma lui, Sting, vedeva lontano, e vedeva il suono come un unicum da plasmare sui mille colori della musica globale, senza barriere di generi e stili. Per questo ora che il tempo gli ha dato ragione vola alto con Songs From the Labyrinth, raffinato tributo - con la complicità del liutista Edin Karamazov - per voce e liuto al compositore inglese (nato in Irlanda) John Dowland. Lo fa, com’è suo costume, fondendo rigore filologico (la maggior parte dei brani sono tratti dalle lettere scritte da Dowland in esilio)ed estro interpretativo. Lo fa rischiando l’ira degli accademici e dei pasdaran del pop; lo fa a modo suo e tanto basta, partendo da una prospettiva del tutto originale. «Dowland è il papà di tutti noi cantautori inglesi, un grande artista vagabondo e viaggiatore che con le sue meravigliose melodie è diventato il re pop del 1600. Consciamente o no veniamo tutti dalle sue radici. E poi è un personaggio di attualità; da cattolico ha dovuto fuggire dalla corte inglese. Mi sembra un film già visto in questi giorni».
Finalmente un album di musica colta, pubblicato dalla prestigiosa Deutsche Grammophone.
«Non mi piacciono le etichette, confondono le idee. Né amo sentirmi chiuso in una gabbia. La musica è un mistero e questo è semplicemente un disco acustico, testimonianza della mia passione per Dowland; un atto d’amore nato spontaneamente, tanto che non avrebbe neppure dovuto diventare un cd».
Ovvero?
«Da circa vent’anni Dowland è la mia piacevole ossessione; le sue ballate sono di una bellezza trasparente, persino i suoi silenzi sono meravigliosi. Non è solo il simbolo della musica rinascimentale inglese, perché durante il suo lungo esilio ha suonato ovunque, anche a Venezia e a Firenze alla corte dei Medici, assorbendo nelle sue arie la cultura di mezza Europa. È stato anche il primo musicista globale».
Quindi il disco come è nato?
«Edin Karamazov mi ha regalato un liuto antico e ho cominciato a suonarlo: che armonie celestiali. Così ho approfondito sul campo lo studio di Dowland; mi ci sono buttato in prima persona ma solo per passione, per divertimento, per amore, quasi per scherzo. E con naturalezza, giorno dopo giorno, ci siamo trovati a farne un progetto serio. Ho deciso di portare il pubblico in viaggio con me in questi favolosi territori».
Una grande sfida per la sua voce.
«Non ho una voce da Pavarotti, la mia è una voce da tenore ma molto leggera; non ho studiato ma punto sull’autenticità del canto, sull’intimismo, sulla pulizia vocale. La pianista Katia Labèque - una delle due famose sorelle - un grande talento, mi ha convinto che la mia voce è perfetta per cantare Dowland».
I fan dei Police e dello Sting più rock cosa penseranno?
«L’altra sera ho presentato l’album dal vivo a Londra e c’erano molti giovani che l’hanno molto apprezzato. Io ho un pubblico dal palato fine e molto sofisticato. Ma il mio prossimo progetto probabilmente sarà un album dal sound più moderno, con il mio gruppo».
Quindi la classica è solo una parentesi?
«Da molto tempo sono un appassionato di questo genere. Amo la musica barocca, poi Corelli e Bach, non è detto che un giorno non rivisiti qualche sua opera. Ma ci sono ancora tanti autori che non conosco e che vorrei scoprire. Ripeto, non esistono più barriere; la gente parla molte lingue, quindi anche la musica è un continuum di suoni».
Ora si è dato anche al cinema.
«Per ora come produttore esecutivo, insieme a mia moglie Trudie, del primo film di Dito Montiel, è stato divertente ma è molto costoso».
Chi è Sting oggi oltre che una superstar?
«Non mi comporto da star. Nell’arte amo rischiare e sono un uomo curioso delle cose del mondo. Viviamo un periodo storico molto eccitante, perché le cose vanno male, c’è tanta instabilità e quindi è il momento di combattere, di darsi da fare, di inventarsi nuove strategie per aiutare la gente. Non bisogna arrendersi».
Il segreto della sua forza, della sua voglia di lottare?
«La tranquillità interiore che mi dà lo yoga. lo yoga è la mia ragione di essere ed è parte della mia vita, mi cura fisicamente e spiritualmente».
La vedremo in Italia?
«Sto progettando i prossimi concerti, ma il 28 ottobre sarò ospite di Fabio Fazio alla vostra tv».