Sting: "Niente classica. Alla Scala voglio cantare i miei brani"

SORPRESA Alla Salle Pleyel il concerto non comprende nessuno dei suoi grandi successi

nostro inviato a Parigi

Allora uno Sting così non te lo aspetti. Arriva piano piano sul palco della Salle Pleyel, sapete un posto prestigioso dove suonano i maestri. È vestito come un Lord Brummell, giacca scura a metà gamba e cravattino svolazzante, e tutto si porta dietro tranne che la passione per il rock. Il barbone, poi: è imponente ormai, e aristocratico tanto è ben curato. Dunque l’orchestra è alle sue spalle, le tre coriste fremono, la violinista accorda nervosamente. «Voglio sempre andare avanti, ho bisogno di studiare perché, sia che si suoni Bach o il rock, c’è sempre qualcosa da imparare» aveva detto prima nel suo camerino, piccolo e incuneato tra le scale ripide. Le prossime venti canzoni saranno il nuovo biglietto da visita di Sting, i caratteri sono in antico Bodoni, il Giambattista tipografo settecentesco che trasformò i caratteri tipografici in segni quasi musicali, e l’atmosfera è quella di una sala da the su Jermyn Street a Londra mentre fuori il freddo bussa forte. La maggior parte sono brani del suo ultimo If on a winter’s night, un cd che lui definisce «difficile, scuro» e che gli serve, come spiega sedendosi sullo sgabello, «per celebrare l’inverno». Lo fa bene, anzi benissimo visto che la Deutsche Grammophon/Universal italiana gli ha appena consegnato il disco di platino che vale almeno centomila copie vendute e, dicono i manager, raramente si vedono ordinazioni così impetuose per un album del genere.

Insomma, visto che siamo in tempo di bilanci, il nuovo Sting, che ha cinquantotto anni ma ne dimostra dieci di meno, è il musicista più eclettico del decennio. Ha fatto due tour mondiali con i Police, ha registrato dischi pop di clamoroso successo, ha inciso musica settecentesca per liuto in Songs from the labyrinth, ha adattato Schubert e musicato Robert Louis Stevenson in If on a winter’s night che da questo gran gala parigino esce ancora più nobile, almeno a giudicare dai commenti di chi, dopo un’ora e mezzo, si avvita sulle scale della Salle Pleyel per uscire. Sting se la gode, per lui è un trionfo visto che più di trent’anni fa, nel ’77, poco lontano da qui le prostitute vicino al Nashville Club gli ispirarono quella Roxanne che lanciò lui e i Police dove sono ora, tra i grandi del rock. Mica male, vero: pochi altri musicisti hanno fatto tanta strada e nessuno sa fingere così bene di non averla fatta. «C’è sempre una nuova tappa da raggiungere. Dieci giorni fa ho cantato a San Paolo in Brasile con la mia rock band e tre giorni dopo ero a suonare in una cattedrale».

Adesso è insomma il jolly della musica leggera, così etereo e così credibile. Ma anche così lontano dalla macelleria messicana che sempre più spesso l’attualità propina senza imbarazzi: «Sono rimasto turbato dal volto insanguinato di Silvio Berlusconi» dice sgomento senza se e senza ma. Lui, che trascorre tre mesi all’anno nel suo splendido casolare di Figline Valdarno e continua a ripetere di sentirsi «ospite» in Italia, spiega che qui da noi «sembra di essere nell’antica Roma: la situazione è polarizzata, o si ama o si odia». Sarà, come spiega timidamente, che ha «una visione rarefatta» quindi imprecisa della situazione. Eppure non sbaglia e il suo imbarazzo è lo stesso degli italiani perbene che nell’antica Roma si troverebbero a disagio. Quando parla Sting è sereno, la sua voce bassa e compiuta. Dice che nel prossimo dicembre gli piacerebbe suonare di nuovo a Santa Maria delle Grazie a Milano, che i suoi figli, uno Joe e l’altra Coco, stanno componendo musica e che il prossimo anno avrà bisogno «di riposo e di riflessione». Potrebbe anche, lui che se lo può permettere, cantare alla Scala e pure all’Auditorium di Roma. «La Scala? - commenta mentre gli si illumina lo sguardo - Certo che ci andrei. Ma non a interpretare il repertorio di Verdi o Mozart o Puccini perché non ho la voce adatta. Ma qualcosa di moderno, sì». Poi basta, via, si deve preparare. Tra poco, sul palco della Salle Pleyel, Sting sarà un musicista che liberamente segue il suo istinto, appassionandosi, inventando, sperimentando, godendo come fanno quelli che, pochissimi, possono chiamarsi signori maestri.