Sting: «Non siamo gli Stones staremo insieme solo per un po’»

Grande concerto ieri notte a Vancouver del trio ricomposto

nostro inviato

a Vancouver

Una nota, proprio così, è bastata semplicemente una nota a far filare tutto liscio l’altra sera, qui nella tetra General Motors Place, dove i Police hanno fatto il riscaldamento del loro tour incontrando i fans e suonando per la prima volta dopo 21 anni le vecchie canzoni. Loro, i tifosi del fan club a cui esclusivamente erano dedicato lo show, forse non se ne sono neppure accorti eppure tra Sting, il giocoso Stewart Copeland e il vecchietto Andy Summers (64 anni) l’incrocio di sguardi era forsennato, obliquo, persino inquirente, perché tutti e tre amano improvvisare e quindi nessuno se ne sta al sicuro: se la chitarra si impenna, se la batteria deraglia, poi la voce che cosa fa? Però stavolta Message in a bottle, la canzone dello scandalo, è filata via perfetta, Summers l’ha suonata senza plettro sulle corde come vuole Sting e Copeland non ha dilagato come invece gli piacerebbe fare. Perciò, tutti contenti e concerto perfetto. D’altronde, si sa, tra i Police l’accordo è solo una questione di accordi, nel senso che tutto fila liscio se nessuno fa il galletto in questo pollaio di stelle che vale, solo adesso, cento concerti esauriti in prevendita e decine di milioni di dollari di incasso. Anche Chris, che fa il cameriere nel ristorantino vicino al General Motors Place, è contento: ha acquistato tre biglietti di platea a 200 dollari, poi li ha rivenduti al doppio così «me ne sono comprato uno per la tribuna e ci ho pure guadagnato». E in tutto il mondo c’è stata questa euforia: a Torino per lo show del 2 ottobre sono stati bruciati già quarantamila tagliandi e i due concerti al Madison Square Garden di agosto sono andati esauriti in 4 minuti. «E non è solo merito della nostalgia» ha detto al quotidiano Vancouver Sun Andy Summers, quello che amava le donne e la cocaina, che era amico di John Belushi e che ora ce l’ha scritto in faccia quanto dura è stata la sua vita. «C’è qualcun altro che può suonare ventun successi in una sera sola?».
Più che altro, pochi lo fanno con la stessa furia perfezionistica. Durante le prove del tour mondiale, a febbraio qui alla Lions Gate Film Complex, poi a casa di Sting a Figline Valdarno nel Chiantishire e di nuovo qui, su di un palco affacciato sulla baia di Vancouver, blindatissimo come piace a Sting, i tre hanno questionato su ogni minimo dettaglio, ogni piccola divagazione strumentale. Sarà per questo che Sting, il più ossessivo di tutti, cioè il meno bravo tecnicamente, è arrivato a dire: «Non è solo una questione musicale, è una questione psicologica, è come ritornare a un matrimonio che non funzionava e provare a farlo funzionare di nuovo. Io voglio riuscirci», ha detto al New York Times. E in effetti il merito è soprattutto suo, visto che è riuscito a limare il suo assordante egocentrismo e a contenerlo in forme sopportabili. «Adesso – hanno detto Summers e Copeland – quando esprime una idea riesce a dire addirittura “Io penso”, “Forse”, “Pensate che potremmo farlo?”». Insomma ha imparato a chiedere il permesso e gli altri due hanno accettato le sue regole di lusso. Durante le prove, il catering serviva aragoste a cena. Bei tempi quando i Police erano considerati (a torto) i nuovi punk di Londra. Adesso sono una megaband che porta in tour i propri capolavori ma anche le debolezze, le inutili manie di grandezza non ancora soffocate. Andy Summers, che sul palco usa una chitarra Fender da quindicimila dollari, ha detto: «Noi non continueremo ad andare avanti come i Rolling Stones». Sottinteso: noi non saremo mai così ridicoli. Però le regole valgono per tutti, Police compresi. E quindi loro se ne sono rimasti ben zitti quando gli è stato impedito di infilare anche due nuovi brani nella scaletta che va da Can’t stand losing you a Roxanne. Quelli devono rimanere segreti fino alla prossima tournée nel 2008. Per ora i Police devono limitarsi a pedinarsi con lo sguardo di fronte al pubblico entusiasta. Le novità arriveranno dopo, si sa.