Stipendi, affitti e consulenze: inceneriti quasi due miliardi

Dal 1994 le spese sono lievitate, ma il problema non è stato risolto

da Milano

Definirle spese pazze è riduttivo, parlare di flop è appena appena adeguato. È un’emergenza nell’emergenza di proporzioni ciclopiche, quella dei commissari straordinari per i rifiuti. I dati sono quelli della Corte dei conti: da quando sono stati istituiti, e cioè nel 1994 in Campania e in Puglia, nel 1997 in Calabria, nel 1999 in Sicilia e Lazio, a fronte di un avanzare inarrestabile di spazzatura, sono costati 1,8 miliardi di euro. Basterebbe la cifra a rendere l’idea, ma rende meglio il come è stata spesa: assunzioni, affitti, telefonate, consulenze, e poi gli immancabili biglietti aerei, hotel, ristoranti. I progetti, quelli sono stati fatti, sì, ma quando sono partiti sono immediatamente falliti, con l’aggravio del solito strascico di inchieste e ricorsi.
A questi quasi 2 miliardi di euro spesi inutilmente e allegramente va aggiunto quello che si potrebbe definire «l’indotto dell’inefficienza»: 70 milioni di euro di investimenti previsti e poi disdetti dagli imprenditori in quel di Sarre, per dire, come segnalava un paio di giorni fa Il sole- 24 ore, perché nessuno vuol costruire un campo da golf o aprire un panificio con olezzo di discarica a fianco. E il costo esorbitante dello smaltimento della raccolta differenziata: segnala ancora il quotidiano di Confindustria che i pochi Comuni che la fanno in Campania vengono di fatto puniti, perché poi gli impianti di compostaggio dei rifiuti organici non ci sono, e allora bisogna trasportarli altrove, in Calabria, in Puglia o in Sicilia, spendendo fra i 130 e i 150 euro a tonnellata, più il costo degli automezzi e del personale, là dove, per esempio, al Consorzio Salerno 3 quest’anno costerà 980mila euro smaltire i rifiuti di 130mila abitanti.
La situazione era già chiara a gennaio, nero su bianco nell’atto di chiusura delle indagini sulla malagestione dei rifiuti fra il 2000 e il 2004 in Campania, grande accusato il commissario Antonio Bassolino. Raccontava il pm di 900 milioni di euro stanziati e di 617 milioni di euro spesi per risolvere un’emergenza che è rimasta tale, anzi è peggiorata.
Qualche esempio? 144 milioni di euro in assunzioni, solo nel 2001 sono stati 2.400 i lavoratori socialmente utili assunti a tempo indeterminato per un ammontare annuo di 55 milioni di euro: 1500 al mese di stipendio, per occuparsi di una raccolta differenziata che però non esisteva. E poi: 2 consulenze a settimana per 5 anni, che fanno 500 incarichi per un totale di 9 milioni di euro, non sempre utili, se è vero che due studi universitari del valore di 465mila euro sono rimasti nel cassetto. E ancora: 725mila euro dal 1999 al 2003 in telefonate, spesso all’estero o a numeri speciali, e 857mila per l’affitto di 4 uffici del commissariato. Ma anche: 6 milioni di euro per attivare il progetto Sirenetta, che prevedeva il controllo via computer della movimentazione dei rifiuti in Campania ma che non è mai partito perché gli autisti non ne hanno voluto sapere di farsi installare apparecchi elettronici sui camion. O i 10 milioni per attivare un «call center ambientale» con il quale nessuno ha mai parlato.
Da gennaio ad aprile i costi sono lievitati. Degli 1.8 miliardi di euro spesi da tutti i commissari, quasi 400 milioni, il 21 per cento del totale, sono volati fra stipendi e funzionamento delle sedi. Il resto chissà dove è finito, certo non in reti di smaltimento. Il tutto, scrive la Corte dei conti, perché «l’inefficienza del regime commissariale ha assicurato a se stesso la sopravvivenza». La spazzatura costa, ma paga anche.