Gli stipendi di Ségolène

Ma guarda le fortune dei francesi. A noi tocca il povero Prodi che la superiore sapienza dell'India ha vestito di seta violacea, degna del sacrestano in perenne quaresima che è. E invece a Parigi la sinistra s'è scelta almeno quel così bel donnino della Ségolène, che non bofonchia, e cammina desiderabile e diritta, e parla con voce che squilla. Certo, pare inventata col viso affilato e grazioso, pronto a dire quanto neppure lei capisce. Però, che bell'incedere ha l'onda morbida della sua sottana alle ginocchia. Beh questi francesi: un altro passo. Pure perché un suo effetto la Royal ce l'ha, vinca o no. A vedersela in tv viene almeno da ascoltarla: quanto invece era ed è inutile con Jospin o il nostro Prodi. E allora lei s'esibisce da dottrinaria, in enfasi di troppe parole, tenute sempre più in alto di quanto poi significano, un po' come quasi tutti i francesi. Tuttavia per quanto possiamo giudicare estremiste, banali e perniciose le sue idee, esse restano anche sintomi preziosi. Le giurie popolari per la politica, le case sfitte da requisire, una Francia «meticciata», sono manie giacobine inquietanti, e però molto rivelatrici.
Dietro la sua tenacia da cappuccetto rosso troppo cresciuta, e che mangia il lupo, c'è uno staff per scrivere quei discorsi che lei recita con talenti alterni. E, se chi la consiglia le ha imposto questi temi giacobini, significa che un tornaconto, sia lei, sia costoro, se l'attendono. Sono temi che mobilitano al voto gli scontenti puri e duri di sinistra. Però il salario minimo a 1500 euro non deve troppo dispiacere neppure a quegli elettori moderati che decideranno della vittoria. Ed in effetti è questa la cosa interessante: che nel suo discorso di investitura la Royal si sia scoperta così tanto a sinistra. Gli serve per superare il turno, non fare la fine di Jospin, snobbato dai voti di sinistra? Forse sì; poi nel duello con Sarkozy aggiusterà il tiro. Eppure non c'è solo questo. In Francia come in Italia i salari dei dipendenti privati si sono troppo depressi. L'euro e la Cina li hanno pagati soprattutto i salariati. Gli indipendenti hanno sofferto meno, e inoltre negli ultimi due settenni i profitti delle imprese si sono ben ripresi.
E chi fa politica a Parigi o in Italia dovrebbe tener conto di questo fatto. Prodi e i comunisti arrivano al governo in anni nei quali nessuno crede più agli slogan globalizzanti. Euro, immigrati, Cina, hanno impoverito il lavoro in Italia e creato squilibri esagerati tra chi vive di redditi, e chi di patrimoni. La leva dei bassi tassi di interesse sui prezzi delle case; i sindacati che si sono ormai venduti alle pensioni precoci e agli statali; l'aumento dei profitti: sono tutti temi mal spiegati, rimossi. Ma i loro esiti sono sentiti perniciosi da tutti e dunque occorre parlarne. Non si può trascurarli, donandoli alle sinistre le quali non hanno certo vere risposte e anzi hanno aggravato i nostri guai con euro, tasse, pressioni migratorie sui salari. E inoltre può ben dirsi che Prodi e la Royal vogliono il potere, e basta, e hanno fatto in Italia contento solo Montezemolo. Eppure la destra non può limitarsi a criticarli, però lasciando fissare alla globalizzazione il livello dei salari. Urge un nuovo approccio, fraterno e comunitario, alla questione salariale, che non tassi e statalizzi, ma faccia prevalere un modello fraterno di relazioni d'impresa, e i dazi. È la scelta più sana e preveggente che il centrodestra può fare. Perché il pendolo del mercato e basta sta tornando indietro. E in questo riflusso sarebbe la rovina, se la gente si sentisse solo proporre i rimedi della bella Ségolène.