Le stoccate vincenti dell’inviato a Pechino

Alle Olimpiadi da poco concluse le gare di scherma sono state seguite da un giornalista davvero speciale: l’eroe di Rostand. Il quale, dopo oltre un secolo, è ancora innamorato della sua "collega" Roxane

Tubino nero. Calze a rete velatissime (un azzardo sensuale, nella sauna di Pechino). Tacchi a stiletto, di vernice. L’onda ramata dei capelli racchiusa a crocchia da un pettine d’avorio. L’operatore televisivo personale, più che al suo seguito, arrancava al suo guinzaglio.

Quando lei fece il suo ingresso nella sala stampa della Fencing Hall, dove si sarebbero disputate le gare di scherma della XXIX Olimpiade, una fragranza di donna, come una frescura, s’incuneò nell’atmosfera oleosa, appena stemperata dai condizionatori a manetta. Tutti gli occhi maschili (tranne quelli a mandorla degli addetti, fissi orizzontali nel vuoto protocollare) si magnetizzarono sull’abbottonatura dell’immacolata camicetta di pizzo di Fiandra: più per indovinarne le credenziali sul badge, che per scandagliarne le delicate trasparenze. Perfino il ciuffo di Giacomo Crosa, saltatore veterano all’Olimpiade di Città del Messico, ’68, e ora inviato di punta di Mediaset, parve infervorato da un fremito elettrico. Ma l’attenzione generale fu calamitata da un saluto d’altri tempi: lo svolazzo circolare, barocco e maestoso di un cappello a larghe tese, materializzatosi da una scena di Rostand, da un film di Jean-Paul Rappeneu, con l’immenso pennacchio bianco che danzò nell’aria prima di spazzare, in segno di virile omaggio, il pavimento intarsiato della sala, per altro già lucido a specchio.

«Lei è Roxane» mormorò il solito bene informato, l’inviato di Le Monde, curvandosi all’orecchio di un collega americano che lo interpellava incuriosito «è accreditata per France 2» aggiunse «e farsi intervistare da lei è il sogno di ogni atleta... È una donna - come posso spiegarlo? - preziosa, brillante, esigente. Manovra la domanda come un fioretto affilato, e non accetta risposte banali e scontate. Dicono che sia inaccessibile. Staccata, di un’eleganza un po’ glaciale. Quando ti scivola accanto, puoi avere un attacco di reumatismi al cuore... Ce ne sono davvero poche, così». «Ah, sì? E lui? Quel vecchio arnese con quella specie di... di...» e qui lo yankee non trovava la parola giusta per classificare il copricapo secolare «con quella specie di Stetson con la piuma, e con quel ridicolo, gigantesco nason...». «Sttt... sttt...» lo zittì il francese, comprimendo la calura verso il basso con le mani aperte a ventaglio «sei impazzito? Nessuno deve pronunciare il nome di quell’appendice anatomica, in sua presenza! Vuoi rischiare una rissa? Vuoi finire in prima pagina? “Reporter del Washington Post affettato dalla spada del De Bergerac”? Quello è Cyrano, amico. È qui come free lance. È stato, ai suoi tempi - e forse lo è tuttora - il miglior spadaccino del mondo. Non sulle pedane olimpiche, s’intende. Non sopporta gli schemi. Non si iscriverà mai a una gara regolare, con arbitri, punteggi e tutto il resto. È un poeta. Un filosofo. Uno spirito libero. Quanto a tecnica, non è secondo a nessuno. Ecco perché i giornali si contendono i suoi pezzi a peso d’oro. Ma non lavora mai sotto padrone. Vende i suoi servigi ora a questo, ora a quello, come gli aggrada. E sai qual è il suo vanto? Avere il pantalone intatto, non liso, senza pieghe e scalfitture in quella zona in cui curvano il ginocchio i lacchè i quali, per mestiere e vocazione, si genuflettono al cospetto dei potenti. È cugino alla lontana di Roxane. Nell’ambiente si soffia che ne sia segretamente, disperatamente innamorato...» confidò il corrispondente del prestigioso foglio parigino.

L’agenda di Roxane era fitta di nomi. Servizi da confezionare per la sua emittente, che li sparava nelle ore di punta. In cima alla lista c’era quello di uno sciabolatore italiano, Cristiano. Era un campione, una vera star. Un ragazzone splendido, sul cui petto, idealmente, scintillava l’oro conquistato in innumerevoli assalti precedenti. Rotocalchi e media avevano fatto a gara per catturarne l’immagine, rivendendola all’ingrosso, alla fantasia di un pubblico ghiotto di primedonne, di vincenti, di storie senza chiaroscuri. Ci si aspettava molto da lui. In quel momento, era il numero uno.

«Sta’ molto attento, ragazzo» tuonò burbero Cyrano al superman della sciabola che, ben consigliato, si era rivolto a lui per avere qualche dritta preventiva sul come duettare con la temibile intervistatrice. «Roxane ti mette sulla graticola come e quando vuole» rincarò la dose lo spregiudicato spadaccino, accarezzandosi i vistosi mustacchi. Forse scintillò un grano di gelosia, nello sguardo aperto e chiaro del guascone, che intanto squadrava l’atleta. Quel giovanotto poderoso gli andava a genio. Rivedeva se stesso, cadetto, alle prime armi, quando ogni sfida pareva alla portata, inebriante, trionfale. «Qual è l’ultimo libro che hai letto?» domandò Cyrano a bruciapelo, al bel Cristiano. «Potrebbe essere l’antipasto che ti servirà Roxane, sbattendoti il microfono davanti alla faccia. Magari vorrà sapere da te qual è l’ultimo dramma che hai visto a teatro, se era una commedia, una tragedia, o un’opera lirica. Sei preparato, su questo punto?» incalzò il De Bergerac. «Beh, veramente...» balbettò Cristiano, schiarendosi la voce «non ho avuto molto tempo, ultimamente, tra palestra e pedana, sai com’è... Il fatto è che sono di stampo sportivo. Il mio forte sono i muscoli. Cultura e spirito li ho lasciati un po’... sotto naftalina».

«Umi no futa, di Banana Yoshimoto. Non ti dicono niente, queste parole?». Smog ed effetto serra avevano trasformato la stanza d’albergo di Pechino in un microonde, ma Cristiano sentì goccioline di sudore ghiacciato colargli dalla fronte. «Forse conosci il libro sotto il suo titolo italiano: Il coperchio del mare. O no?». Le domande di Cyrano fioccavano come stoccate di sciabola. «Sarà meglio che mi prenda l’appunto» disse Cristiano «potrei scrivermi le risposte sulla mano...» dichiarò poi, con l’aria speranzosa di uno studente prima di un ostico esame. «Te lo sconsiglio» tagliò corto il suo interlocutore «quella è capace di domandarti la trama del romanzo. Come te la cavi, in quel caso?». Cristiano allargò le braccia, un simpatico punto interrogativo stampato sulla faccia. «Roxane è fissata con scrittrici e poetesse: Margherite Yourcenar, Nadine Gordimer, Wislawa Swimborska, nomi così, donne da premio Nobel. Ti stai cacciando in un bel pasticcio, ragazzo...». Pochi secondi d’imbarazzo, ed ecco Cyrano esplodere in una risata fragorosa, battere il pugno sul tavolo (i bicchieri con l’aperitivo e il secchio del ghiaccio sobbalzarono tintinnando) ed esclamare: «Ci sono!». E gesticolando per la camera, come un condottiero che dispone i battaglioni in campo, il guascone perfezionava a voce alta il piano: «Non giocheremo a carte scoperte. Agiremo d’astuzia...».

Cristiano era sorpreso piacevolmente dall’impegno partecipativo, dall’entusiasmo del suo nuovo alleato. Sembrava che parlasse per sé, più che per dare una mano a lui, diretto interessato. Certo, la prospettiva di un contatto ravvicinato con Roxane stuzzicava il ragazzo. «Sei un vero amico!» disse all’altro che, a cavalcioni sulla sedia, illustrò la tattica. «Non ci esporremo a telecamere e riflettori» cominciò «metterai la scusa che non puoi perdere la concentrazione, a poche ore dalla gara. Diremo che siamo disposti a farci intervistare via web. Come stai a computer?». Cristiano non era un mago della tastiera creativa ma, come a tutti i giovani, la praticaccia non gli mancava: alzò il pollice della mano destra, in segno di assenso. «Accetteremo un’intervista tramite Messenger, messaggeria istantanea. Mi segui? Lei ti farà le domande. Tu risponderai pestando sui tasti. Sotto mia dettatura, è chiaro... E se tutto andrà come deve, potrai chiedere a Roxane un appuntamento, forse perfino una cena a lume di candela al Jules Verne Restaurant, in cima alla Tour Eiffel».

E così accadde. Furono attimi memorabili. Roxane non aveva mai goduto, in un’intervista, di messaggi così palpitanti, intelligenti, lucidi, in cui si mescolavano con tale dolcezza poesia, letteratura, filosofia, cultura. Parlavano di arte, ma sembravano dichiarazioni di passione. Fiorivano sul suo monitor frasi così rosee, così toccanti, così appropriate che le ricordavano il sapore di un bacio, quel morbido aroma di miele che si sprigiona dall’arco dell’apostrofo nelle sillabe «t’amo»...

L’indomani, scattarono le gare. Cyrano sempre a bordo pedana, attentissimo a ogni mossa. L’intero suo corpo vibrava, mimando gli eventi, al cozzo delle lame, alle schivate, alle botte dritte, al flettersi della lama sul corpetto bianco dell’avversario. Fu il giorno del ragazzo d’oro, quel trevigiano svelto di polso e di mente, Matteo, che con la spada fece fuori una batteria di concorrenti, fino all’ombroso francese, Fabrice Jeannet, che versò lacrime amare sulla sua medaglia d’argento.

Dopo la vittoria di Matteo, la sua scalata al podio, le note degli inni e gli alzabandiera, la sala stampa della Fencing Hall si trasformò in un alveare esplosivo. Ronzio di telecamere. Babele di lingue dei cronisti, che dettavano ai satellitari i dettagli. Bagliori di schemi dai computer. Corrispondenti che si aggiustavano i microfoni sul bavero, in attesa di aprire i collegamenti. Un tema unico: l’impresa del cadetto italiano, il primo oro della spedizione olimpica tricolore. I toni erano alti, eccitati. I dati tecnici fluivano: le stoccate date e sofferte, i punteggi, le statistiche, le biografie dei protagonisti, con qualche sprazzo di colore. Insomma, la solita prosa dei giornalisti: massiccia, concreta, fattuale.

«Ecco, semplice prosa!» tuonò Cyrano, aggiustandosi l’ala del cappello sulla fronte, con gesto ribelle. Stava lanciando il suo servizio all’importante stazione privata che l’aveva ingaggiato (e che più profumatamente lo pagava). «Ma io non ci sto!» sbottò il De Bergerac, mentre il led rosso della telecamera gli segnalava che era in onda. «Dal vostro Cyrano, per servirvi» esordì il guascone ai telespettatori con un inchino profondo, incluso lo scappellamento con pennacchio strusciante al suolo. «Non avrete da me la barbara prosa, le acide cifre, la grossolana pagnotta dei gazzettieri ordinari! Quel ragazzo con la spada è un artista. Ha ricamato con la sua lama un’impresa magistrale, sublime, olimpica! E merita molto, molto di più. Qui ci vuole qualcosa che solo Cyrano De Bergerac può offrirvi: la Musa alata del poeta, i versi sonanti che regalano all’atleta vittorioso l’immortalità, la gloria del ricordo più imperituro del bronzo, più alto delle piramidi d’Egitto, che nulla potrà cancellare, nemmeno la sfilza innumerevole degli anni...».

Cyrano era partito in quarta. «So che quel ragazzo porta una frase tatuata sul braccio» gorgogliò il torrente ormai dilagante «un messaggio in greco antico che dice “Conosci te stesso!”. Le parole del saggio Socrate, signori. Dunque Matteo ha diritto alla perla di ogni lode, al canto di un poeta classico. Ecco, amici miei, qui, davanti a voi, con c’è più Ercole Savignano Cyrano, signore di Bergerac, ma Pindaro, il lirico tebano, l’aquila che innalzò tra le nubi gli allori dell’antica Olimpia, il vate dei trionfatori...». E così, sui due piedi, l’eccentrico Cyrano snocciolò in versi perfetti agli allibiti spettatori un’autentica ode pindarica, col suo giro armonioso di strofa e controstrofa, con le metafore abbaglianti, le magiche immagini, i mitici richiami, i voli ardimentosi che fecero di quell’antico classico greco il primo, insuperato telecronista sportivo della storia. A poco a poco, anche le telecamere delle altre emittenti si orientarono su quella performance unica: le rime di Cyrano incantavano il mondo.
Tutto secondo le regole: lode sperticata del vincitore, descrizione del gesto scultoreo dell’atleta, allusioni biografiche e un po’ d’incenso anche sulla stirpe e sulla città nativa. Quanto allo sconfitto, un unico, ironico accenno alle lacrime di delusione: una lucidatina perfida all’oro del vincente. La cosa non andò giù, all’accigliato spadaccino francese. «Ehi, vacci piano» sibilò Jeannet all’orecchio dell’ispirato cronista, entrando di sorpresa nel campo della telecamera «tu con quel naso... con quel naso... così grosso!».

Calò il gelo. Tutti sapevano che al cospetto di Cyrano la protuberanza non andava mai nominata, pena il cataclisma. Che puntualmente si scatenò, sotto gli occhi di milioni di spettatori. L’audience schizzò alle stelle. Cyrano e Jeannet staccarono due spade dalla rastrelliera. Un duello inevitabile. Che Cyrano, irridente, punteggiò di rime improvvisate. «Siete povero di spirito, signore» aprì la tiritera «avete saputo trovare solo un misero, scipito aggettivo comune, per il mio naso. Io ci avrei pennellato sopra una ballata...». La pedana non bastava allo scontro. L’immensa sala, da seimila spettatori, divenne l’arena. I presenti si accalcarono negli angoli. «Satellitare» esordì il guascone, roteando la lama per provocare «Con quella parabola/ in mezzo alle nari/ prendi da favola/ tutti i canali. Missilistico: Sulla tua rampa/ razzi e siluri/ fuoco che avvampa/ volan sicuri! Edilizio: Se guardi all’insù/ lavora da gru/ fabbrichi al pelo/ un grattacielo! Galattico: Scruti le stelle/ alzando il mento/ che telescopio/ nel firmamento! Olimpionico: Serve un pennone/ per innalzare/ del vincitore/ il gonfalone? Ecco, signore, come avreste potuto prendermi per il naso, se di lettere e spirito voi ne sapeste, almeno un pochino... Ma attento alla chiusa, che è micidiale!».

Così dicendo, Cyrano entrò nella guardia dell’avversario, gli sbalzò dal pugno la spada, stampò la sua punta sul corpetto imbottito, là dove il cuore ha il trono. Il tabellone del punteggio impazzì. Cento a zero per Cyrano. Scrosciarono applausi. «A chi dedicate la vittoria, De Bergerac?» squillò una voce tra la folla. «Agli uomini liberi» rispose Cyrano, alta la spada «a chi si batte in duello ogni giorno, anche in questo grande paese che ora ci ospita, la Cina, per poterla pensare a modo suo, e poter dire la sua, e coltivare i suoi sogni, e tenere alto il suo pennacchio bianco...». La sicurezza cinese si strinse a tenaglia su Cyrano. Cento divise scure su un pennacchio candido.

Fu ritrovato il giorno dopo, quel capello, a piazza Tienanmen. Qualcuno lo consegnò, intatto, all’Ufficio Oggetti Smarriti dell’Olimpic Village. È ancora lì, registrato con cura. Ma non per molto. Perché gli spiriti liberi, gli uomini come Cyrano, a volte ritornano. Anzi, ritornano sempre.