Stop ai due referendum Nei partiti la tentazione di tenere il «Porcellum»

RomaIl «no» della Corte Costituzionale ai due quesiti referendari che volevano abrogare la legge elettorale in vigore arriva a ora di pranzo, mentre la Camera attende col fiato sospeso il verdetto su Cosentino, e non stupisce nessuno.
Era una bocciatura attesa, anche se i referendari nutrivano l’ultima flebile speranza di una sentenza fifty-fifty, che bocciasse il quesito per l’abrogazione totale e lasciasse in vita quella parziale. Certo, nelle motivazioni della sentenza (trapela dalla Consulta) verrà inserito una sorta di «monito» al Parlamento di rivedere il famigerato Porcellum, ma non sarebbe la prima volta che la Corte tenta del tutto inutilmente di usare la moral suasion nei confronti di Camere assai più recalcitranti di quanto appaia dalle pubbliche dichiarazioni a ritoccare i meccanismi della legge elettorale attuale. Un guazzabuglio di proporzionale con sbarramenti diversificati, premi di maggioranza regionali e nazionali, e soprattutto liste bloccate, che sarà pure ripugnante agli occhi del comune cittadino, ma è fantastico per le burocrazie di partito.
E infatti, onestamente, Silvio Berlusconi (già ringalluzzito dal salvataggio del fido Cosentino) gioisce per la sentenza della Corte e dice quel che molti - ai piani alti dei partiti - pensano ma si vergognano a dire: «Ho sempre ritenuto che l’attuale legge sia una buona legge che mira alla governabilità del Paese». Altro che riforma elettorale, che nei buoni propositi di tutti - da Bersani a Casini financo a Maroni - ora dovrebbe essere il compito numero uno che il Parlamento si autoassegna, avendo poco altro da fare visto che a governare ci pensa il professor Monti: per il leader del Pdl il Porcellum va benissimo com’è.
Berlusconi lascia uno spiraglio a un’unica, piccola modifica: il premio di maggioranza del Senato, che oggi è assegnato su base regionale e crea quell’effetto patchwork in base al quale, nella scorsa legislatura, Romano Prodi non aveva a palazzo Madama i numeri per governare. E che rappresenta il grimaldello grazie al quale il Terzo Polo di Pier Ferdinando Casini, nella prossima tornata elettorale, può sperare di risultare determinante per qualsiasi maggioranza futura. Berlusconi spiega che così il premio «non è una garanzia di stabilità», e che bisogna calcolarlo su base nazionale come accade alla Camera. E dalla sua parte, come sul caso Cosentino, ritrova il vecchio alleato Umberto Bossi, convinto anche lui che «la migliore legge elettorale è quella che c’è», ossia l’orrido Porcellum.
Ovviamente la mini-riforma del premio al Senato non piace a Casini, che sarebbe disponibile ad abolire del tutto il premio di maggioranza (liberando così i partiti dall’obbligo di coalizzarsi prima del voto), ma altrimenti preferisce tenerselo così com’è. «Vedrete, non si farà alcuna nuova legge elettorale», prevede l’Udc Renzo Lusetti. E dello stesso avviso è il Pd Pierluigi Castagnetti: «Il rischio ora è che, mancando la pressione esterna del referendum, nel Parlamento si elidano posizioni diverse e molto distanti e non si creino le condizioni per una nuova legge». E ancor meno, sottolinea, «per la riduzione del numero dei parlamentari». Di fronte a Berlusconi (e Bossi) che frenano e difendono il Porcellum, il Pd di Bersani (che pure aveva assai storto il naso davanti al referendum) si mette alla testa di chi invoca la riforma: «Il Parlamento agisca subito». E butta sul piatto la propria proposta, frutto di una complessa mediazione interna tra maggioritari e proporzionali, «tedeschi» e «francesi» e «spagnoli»: il famoso «modello magiaro», un mix talmente complicato che per spiegarlo servirebbe un’intera pagina. Ma che il rischio paralisi sia assai probabile lo dimostra anche la mobilitazione del Quirinale, che ieri sera ha convocato Fini e Schifani per lanciare, tutti e tre assieme, un accorato appello alle forze parlamentari per una «rapida iniziativa» sulla riforma elettorale.