Stop ai lavori del Muro di Bagdad

La decisione del premier al Maliki si scontra con la volontà dei generali

Il muro della segregazione viene su a poco a poco. Quello dell’incomprensione già esiste e divide soprattutto il primo ministro iracheno dal proprio esercito. Mentre Nouri Al Maliki tuona contro i 5 chilometri di muraglia destinati a separare sciiti e sunniti del quartiere di Adhamiya, e il nuovo ambasciatore americano a Bagdad si dice pronto ad accontentarlo, i generali iracheni difendono a spada tratta il progetto. «Abbiamo già iniziato la costruzione di barriere simili in altre zone di Bagdad e continueremo a costruire anche quella di Adhamiyah», annuncia il generale Qassim Atta, principale portavoce delle Forze armate irachene. Le sue parole riecheggiano come una chiara smentita alle dichiarazioni di Maliki intervenuto domenica dal Cairo per ordinare l’interruzione del progetto.
«Sono contrario a quel muro e la sua costruzione verrà fermata», aveva affermato con tono inequivocabile il premier. Di fronte a tanto cipiglio il nuovo ambasciatore americano Ryan Crocker non ha dubbi nel dedicare proprio all’argomento “muro” l’apertura della sua prima conferenza stampa. E non ha dubbi nel dichiarare l’estrema flessibilità americana sull’argomento. «Siamo ovviamente pronti a rispettare il desiderio del governo e del primo ministro», chiarisce Ryan sottolineando che la barriera è stata ideata per proteggere la popolazione e non certo «per segregare le diverse comunità» o per «applicare una sorta di ingegneria sociale o politica... volevamo – aggiunge l’ambasciatore - capire dove passano le linee del confronto e impedire altri attacchi».
La disponibilità dell’ambasciatore finisce con il far risaltare ancor di più l’inflessibilità di un generale Attas deciso, apparentemente, a far piazza pulita della ritrosia del premier. Per il portavoce dei militari, il problema e le dimensioni della barriera di Adhamiya sono stati semplicemente «amplificati a dismisura dalla stampa» e hanno finito con il generare le reazioni delle persone «mentalmente più influenzabili». Parole dure interpretate come un attacco a Maliki e come un segnale dell’insofferenza dei militari. Poi il generale Attas si spinge ancora più in là. Reinterpreta il pensiero del premier e spiega che Maliki intendeva soltanto smentire l’idea di un muro alto ben 12 metri ventilata da «rapporti giornalistici privi di fondamento».
La polemica dura dal 17 aprile, quando un comunicato dell’esercito americano fece sapere che i paracadutisti dell’82ª divisione aviotrasportata fornivano protezione ai lavori di costruzione di un muro formato da blocchi di cemento da sei tonnellate. Il comunicato spiegava che il muro era destinato a garantire maggiore sicurezza agli abitanti sunniti del quartiere di Adhamiya, circondati su tre lati dagli isolati sciiti ed esposti a continui rastrellamenti e attacchi. Nelle intenzioni il muro avrebbe dovuto anche bloccare le incursioni degli insorti pronti a infiltrarsi dai quartieri sunniti per colpire la popolazione civile sciita.
Il progetto del muro ha, invece, sollevato le immediate proteste di entrambe le comunità ed è stato bollato come un tentativo di segregazione ispirato dal desiderio americano di dividere prima Bagdad e poi l’intero Paese. Proprio la necessità di spazzar via le ipotesi di un complotto di Washington per ripartire il Paese su base etnica ha spinto Maliki alla frettolosa retromarcia. Irritando i suoi generali.