Stop alle baby-gang dei latinos 27 arresti per rapine e violenze

Paola Fucilieri

Liquidandoli con un unico appellativo li si può definire delinquenti. Certo: tutti giovani, molti giovanissimi. Sei i minorenni. E il più piccolo ora ha 16 anni, ma quando ha cominciato a commettere illeciti ne aveva appena 14. Disagiati, spesso emarginati veri e propri. Stranieri che si muovono su uno sfondo perennemente grigio in un posto che fa poco o niente per farli sentire parte del proprio mondo a colori. Sicuri solo delle potenzialità della loro violenza e oscillanti tra riti tribali e un po’ da fumetto (tatuaggi di riconoscimento stampati sulla pelle e collanine al collo simbolo di potere; graffiti e segni sui muri del metrò per «segnare il territorio» e atti di forza come prove d’iniziazione per dimostrare di essere in grado di far parte della banda) e veri e propri crimini (risse, accoltellamenti, rapine, furti ed estorsioni). Gesti che comunque trasudano tanta voglia di sfida e rabbia contro un razzismo (soprattutto economico) che in città come Milano inghiotte ideali e buoni propositi e spesso non conosce limiti.
Tuttavia, sempre delinquenti sono. E così gli investigatori della squadra mobile - in attesa di altri nove che, colpiti da ordine di custodia cautelare, non sono però stati ancora rintracciati - intanto ne hanno mandati in galera 18. Associazione per delinquere, rissa, lesioni personali aggravate, rapine, violenze private, tentato omicidio, sequestro di persona, furti aggravati le accuse di cui devono rispondere i più giovani; rapine, lesioni personali, violenze private, tentato omicidio, rissa sono i reati addebitati ai maggiorenni.
L’indagine, partita un anno fa, ha portato a galla una trentina di episodi. A fronteggiarsi, 150 ragazzi organizzati con capi e sottocapi in diversi gruppi. I più numerosi sono gli ecuadoriani dei Latin King, i peruviani dei Commando. E poi ci sono i Chicago, i Forever, i New York, i Soldatos Latinos. E «Queen» vengono chiamate le femmine della banda, ragazzine che fuggono di casa quando sono ancora minorenni e si concedono ai componenti del gruppo sospendendone il prestigio. Insomma, tutti nomi fantasiosi ed evocativi dalle bande ispaniche delle metropoli nordamericane, le pandillas.
L’indottrinamento alla filosofia del gruppo avveniva, dopo le prove di forza, attraverso il rispetto dell’organizzazione e del capo (del quale venivano sopportati i soprusi) la prontezza ad aggredire gli appartenenti alle gang avverse, il pagamento di una quota mensile destinata in patria.
L’episodio più grave è stato il pestaggio di una minorenne, incinta al quinto mese, che è stata presa a calci e ha perso il bambino. La sua colpa? Essere la donna del capo dell’altra banda. Sprezzante l’sms inviato a lui subito dopo: «Quello che abbiamo fatto alla tua ragazza è solo il secondo avvertimento. Volevamo spogliarla ma ci ha fatto pena. Non aspettare il terzo avvertimento».
Cruento anche il pestaggio di un giovane da parte di una ventina di scalmanati del gruppo avversario e una rissa davanti a una discoteca.
Per finire: lo sapevate che gli ecuadoriani regolari a Milano sono 17mila700 e costituiscono il terzo gruppo più numeroso di immigrati, preceduti dai filippini (22mila 659) e dai peruviani (18mila 102)? Un dato da non sottovalutare. Soprattutto in termini d’integrazione.