Per lo stop alle cure serve il sì del paziente

RomaNo all’eutanasia, no all’accanimento terapeutico e no all’abbandono terapeutico. Si svolge lungo queste tre negazioni la mozione numero 87, non approvata, presentata dal Pd con il suo presidente Anna Finocchiaro e, tra gli altri firmatari, dal professor Ignazio Marino ieri in Senato. Proprio questi tre «no» la pongono vicina al testo del Pdl, lontanissima dalle istanze dei radicali, che infatti ieri in aula hanno criticato questa proposta che boccia l’eutanasia e si avvicina a quel «non far morire nessuno di fame e sete» del testo di maggioranza. La differenza qui è che la mozione sembra avere la pretesa di un disegno di legge: oltre a stabilire i tre principi sulla cura per i pazienti che si avvicinano alla fine della vita alla mercé di cure altrui, il documento del Pd parla diffusamente del testamento biologico, della volontà espressa da un paziente prima di diventare un corpo che non può muoversi e parlare. È la libertà di scelta che sarà però una legge specifica a dover regolamentare, non un documento di «impegno» in aula: le «dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario (Dat)».
Anche questa mozione ritiene comunque che alimentazione a idratazione «non sono assimilate all’accanimento terapeutico» in quanto «fisiologicamente finalizzate al sostegno vitale», come avveniva per Eluana. Ma la differenza con la proposta del Pdl, il punto che non è piaciuto al ministro Maurizio Sacconi, è che in questo testo del Pd si prevede «l’eccezionalità dei casi in cui la sospensione di nutrizione e idratazione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata del trattamento». Se cioè il malato scrive che rifiuta alimentazione e idratazione nella «dichiarazione anticipata», allora questo sostegno può venire meno.
La mozione prevede la «non obbligatorietà della dichiarazione anticipata di trattamento» e chiede «l’impegno del medico a garantire al paziente tutte le cure di cui ha bisogno anche nella fase di fine vita». Il medico ha però la libertà «dell’obiezione di coscienza»: può cioè rifiutarsi di seguire pratiche che ritiene contrarie ai suoi principi morali, sempre nel rispetto dei principi di cura e assistenza della sua professione.