«Stop alle nuove moschee» Dalla Lega parte l’assalto ai fondamentalisti islamici

Quando scattano le manette, il pericolo non è scampato. Si trasferisce altrove. E dietro le sbarre, l’ombra della Mezzaluna votata alla guerra «santa» si espande. Così fa ancora più paura. Tra i dossier sul terrorismo islamico in mano al ministero dell’Interno ce n’è uno che parla di carceri ad alto rischio «proselitismo». Diecimila detenuti islamici ogni giorno a contatto con il radicalismo, una vasta platea da indottrinare usando le ragioni dell’odio verso l’Occidente.
Proprio ora che le celle scoppiano di nuovo, svanito l’effetto indulto, su una popolazione di oltre 58.500 persone (fonte Dap, dati di novembre) il 40 per cento è costituito dalla componente straniera. La fetta di chi proviene dalla striscia del Maghreb e dai Paesi a forte tradizione musulmana rappresenta una quota maggioritaria. Soltanto marocchini, albanesi, tunisini ed egiziani, da soli, superano la metà degli stranieri rinchiusi. Anche più che nella società civile si pone il problema del diritto di culto. Al di là delle leggi e dei regolamenti ufficiali, succede che i penitenziari si organizzano come possono. Nel carcere di Alessandria, ad esempio, i circa duecento detenuti islamici hanno a disposizione addirittura sei stanze in cui pregare. A Milano San Vittore, nel VI reparto, tutti la chiamano «la cella-moschea» e in 500 qui ci si inginocchia a turni di 20 per volta. A Poggioreale (Napoli), ogni venerdì, si invoca Allah addirittura nella sala magistrati, ironia della sorte.
Mancando un’organizzazione religiosa con i crismi dell’ufficialità, resta difficile per l’amministrazione penitenziaria riconoscere interlocutori autorizzati a varcare le soglie delle prigioni. La stessa moschea di Brescia lancia un appello al governo: «Serve la collaborazione tra luoghi di culto e istituzioni in modo che imam opportunamente formati possano lavorare in carcere per scongiurare fenomeni di radicalizzazione». L’«imam carcerario» da noi resta una figura rara e dai contorni sfumati. Perciò il suo «lavoro» è svolto, di fatto, da leader autoeletti dalla comunità. Sono loro a leggere le scritture e a fare i sermoni. Sempre loro che commentano i fatti di cronaca sui giornali, ma visti nell’ottica della Sharia. Le Procure queste cose le conoscono bene.
Del resto il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, da tempo, avverte: «Destano sospetto le posizioni estremiste assunte da parte di un numero consistente di detenuti fedeli all’islam. Ma sono ancor più preoccupanti i casi di conversione, sempre dietro le sbarre, di detenuti italiani. Per molti, può sembrare un atto di rivincita abbracciare un nuovo credo». Successe nel maggio 2002: un pregiudicato siciliano, divenuto musulmano durante un periodo in carcere per aver commesso reati minori, fece esplodere due bombole del gas nel metrò di Milano e nei valle dei templi di Agrigento. Denuncia il Sappe: «Nei nostri istituti di pena è ospitata una popolazione extracomunitaria estremamente variegata, rabbiosa e soprattutto sconosciuta. Di pochi individui conosciamo i reali collegamenti con l’esterno. Soggetti che fanno della comune situazione di reclusione un valido strumento di predicazione verso altri soggetti deboli e senza più nulla da perdere».
Le prigioni «jihadiste» sono una realtà in Regioni ad elevata penetrazione straniera, non sempre sinonimo di integrazione avvenuta: in Lombardia, in Piemonte, in Emilia Romagna, in Liguria e specie nel Nord-Est (tra Padova e Verona si calcola che ormai otto detenuti su dieci sono fedeli o in qualche modo vicini all’islam). L’allerta di servizi segreti e Viminale è sui livelli di guardia. Dall’intelligence francese, intanto, arrivano suggerimenti precisi su come riconoscere i primi, inequivocabili, segnali di radicalizzazione. In parole povere, come riconoscere un neo adepto indottrinato al martirio? La «carta» di Parigi, la prima in materia, individua nel cambiamento dei codici di abbigliamento, alimentari e di comportamento, i punti fondamentali. «La scelta di farsi crescere la barba lunga “alla mujaheddin”; abbandonare le consuete uniformi in favore di abiti tipici della tradizione musulmana arcaica; astenersi da alcolici e da cibi ritenuti “infetti”; passare la maggior parte del tempo libero a disposizione sul Corano o nei luoghi adibiti a moschea; nonché rifiutare qualsiasi tipo di contatto col personale femminile». Tutti insieme, indizi da prendere molto sul serio. Prima che l’arruolamento continui fuori dalle mura. E che qualcuno porti a compimento la missione di una vita (buttata).