Stop dall’Est al "comunista" D’Alema

La Polonia, ex dittatura satellite dell’Urss, esprime "perplessità"
alla candidatura di Baffino a ministro degli Esteri Ue Motivo? "Il suo
passato nel Pci". Ma Berlusconi si batte come un leone per difendere
l’avversario. E l’onore dell’Italia

Il gioco si fa duro. Figuriamoci se il Cavaliere fa marcia indietro. Adesso ci si sono messi i Paesi ex comunisti dell’Est a osteggiare Massimo D’Alema come candidato a primo ministro degli Esteri dell’Unione europea. Hanno usato l’arma berlusconiana per eccellenza, in apparenza contro D’Alema, in realtà contro l’Italia (Berlusconi): l’anticomunismo. Di prima mattina l’ambasciatore polacco alla Ue, Jan Tombinski, ha tirato il cazzotto mormorando: «Il passato di D’Alema nel Partito comunista è un problema». Poi la Polonia ha nascosto la mano, sostenendo che non ci sono veti. Intanto però il colpo è arrivato alla mascella di Baffino. Ma era un promemoria per il nostro premier. Il quale, dopo aver indotto alla retromarcia Varsavia, si è caricato di nuovo in spalla D’Alema. Alla sua maniera. Telefonando ai leader. Rompendo le scatole a tutti per un suo nemico, per uno che è tra i capi di una sinistra il cui scopo nella vita è quello di sputtanarlo nel mondo. Fa sapere che non è questione di esaminare con la lente l’anima di una persona: è una proposta dell’Italia, D’Alema esprime questo Paese.
Silvio pro Massimo, insomma. A costo di farsi maltrattare dai capi politici del suo stesso fronte, il Partito popolare europeo. Magari rischiando di non farsi capire dai suoi elettori. I quali si domandano: fa bene il Berlusca ad agire così? Dimentica qualcosa? Si fida troppo? Premia un nemico? Cerca l’inciucio? Alt. Andiamo in ordine.
Figuriamoci se proprio Berlusconi non si ricorda del passato del compagno D’Alema, della molotov scagliata da questo bel soggetto a Pisa; della sua carriera di comunista sin da quando aveva i calzoni alla zuava, così preparato in materialismo sovietico che Togliatti disse di lui dopo avergli parlato: «Non è un bambino, è un nano». Fu D’Alema nel 1994 a prefigurare simpaticamente un Berlusconi a cercare l’elemosina all’estero. Ha passeggiato con gli Hezbollah a Beirut. Non è mica tanto amico di Israele. E allora, perché?
Chiariamo. A differenza dei polacchi, Berlusconi pensa a D’Alema non come un tipo dal passato comunista, ma come un comunista e basta: c’è il marchio di fabbrica, il Dna non si cambia. Eppure lo vuole lo stesso, anzi insiste. «È una candidatura forte», fa sapere. C’è del calcolo politico, certo. Ma non è di bottega sua, ma della bottega italiana. In un contesto europeo impermeabile al comunismo, uno come D’Alema va benone. Con la sua filosofia di politico realista, attento ai rapporti di forza, senza grilli utopistici, con un radicamento popolare forte, che nessuno dei leaderini progressisti della Seconda Repubblica ha; uno così darebbe prestigio all’Italia. Oltretutto, lasciato inutilizzato nella cesta dai suoi stessi compagni, un serpentone come D’Alema produrrebbe veleno e basta. Uno spreco e un pericolo. Da fuori, magari aiuta la sinistra italiana a essere un po’ meno serva dei magistrati locali, e del loro strapotere i cui dentini Massimo ha gia sentito sul polpaccio.
Diciamo pure che Berlusconi ha capito come va il mondo più di quanto si immagini. Sa che il presidente europeo, il primo vero presidente, tocca al Ppe, oggi maggioritario tra i 27 Paesi. Non c’è un democristiano o conservatore italiano in grado di concorrere al posto. Il ministro degli Esteri (e vicepresidente) tocca ai socialisti. Logico per Silvio, da buon italiano, tifare per il miglior fico del nostro bigoncio. Respingendo le lusinghe delle altre contrade del palio, lancia D’Alema e impedisce i colpi di mano dei tedeschi che operano tramite i polacchi.
I simpatici polacchi che c’entrano con la partita? Come detto lavorano per la Germania. Cui devono molto. Grazie all’appoggio della Merkel hanno ottenuto la presidenza del Parlamento europeo, con Jerzy Buzek, soffiandolo all’italiano Mario Mauro. Ieri per ripagarla del favore, i polacchi hanno colpito D’Alema per lasciare il posto di ministro degli Esteri della Ue a Frank-Walter Steinmeier, socialista anche lui. I polacchi li capiamo: hanno patito molto dal comunismo. Ma qualche comunista ce l’avevano pure loro. E uno hanno persino cercato di rifilarcelo come segretario generale del Consiglio d’Europa. Un posto che alla gente dice poco, ma che è strategico: da lì piovono tutte le condanne addosso all’Italia, crocefissi compresi. Ebbene Donald Tusk, premier a Varsavia, del Ppe come Silvio, ha candidato Wlodzimierz Cimoszewicz, che viene dal Partito Operaio Unificato Polacco (insomma il Partito comunista). E noi italiani lo abbiamo sostenuto alla morte, perché Berlusconi è uno di parola e l’aveva promesso a Tusk.
Ora vuole lealmente che l’Italia sia ripagata. Per questo il ministro degli Esteri Frattini si dà da fare in dichiarazioni impegnative pro Baffino: «Il nostro governo lo sostiene con convinzione. È un onore e un orgoglio per l’Italia». Il Cavaliere non si limita a mettere il timbro a dei fogli di carta, telefona a Sarkozy e alla Merkel, si fa vivo con i portoghesi. Insomma, si muove sull’area di centrodestra, confidando che almeno a sinistra D’Alema si copra da solo.
Perché lo fa? Chi lo conosce, lo sa. Berlusconi stima l’intelligenza. Preferisce un avversario intelligente a un amico stupido. Poi Silvio stima abbastanza se stesso da ritenere che grazie al suo bacio il rospo rosso possa diventare non diciamo un principe e nemmeno un’aquila ma almeno un falchetto.
Di certo il Berlusca si comporta da statista. Ha l’idea che i conflitti interni non vadano trasferiti all’estero. La sinistra non ha fatto e non sa fare altro: esporta la calunnia al proprio avversario politico, martellando le fondamenta della stima internazionale verso il nostro popolo. Questa lezione di mettere al primo posto gli interessi del Paese e non della propria bottega, specie sulla scena del mondo, è una predica che rischia di essere perla per i porci. Gli utili idioti al servizio dell’editore svizzero hanno subito svilito questo patriottismo in inciucio. Col risultato di indebolire la candidatura di un italiano, pure dei loro: complimenti.