Lo stop di Stefani e Calderoli: è una trappola

Roma«No, annulliamo tutto, non è il momento, e poi la rete dei comunisti non è il posto giusto per un filo diretto, magari ci preparano un trappolone». Dopo tre giorni di preparativi e di tira e molla sulla modalità della partecipazione di Radio Padania a In mezz’ora, dai vertici della Lega è arrivato il no, poche ore prima della messa in onda. La decisione è stata presa da un gabinetto d’emergenza, con un rapido giro di telefonate attorno alle 9, costituito da tre big della Lega Nord: in primis Stefano Stefani, responsabile del settore media e comunicazione del partito (dunque l’uomo della Lega che, dopo Bossi, ha l’ultima parola su iniziative mediatiche del Carroccio), dall’altra Roberto Calderoli, ministro e attuale «garante» del patto governativo Lega-Pdl, e poi il veneto (come Stefani) Federico Bricolo, capogruppo al Senato.
Uno scambio di vedute, con Calderoli un po’ perplesso sulla diretta di Radio Padania già programmata da giorni, e Stefani alla fine convinto che, in una fase così delicata per la Lega e il suo popolo in fibrillazione, si sarebbe potuto trasformare in un autogol. Quindi ha prevalso la linea di Stefani, come la gerarchia funzionale (la responsabilità dei media leghisti) prevedeva. E così a Matteo Salvini - che per bon ton ha finto di assumersi la responsabilità della decisione - è stato detto di informare l’Annunziata che Radio Padania non ci sarebbe stata. Sul no ha pesato anche una diversità di vedute tra il Carroccio e la giornalista circa la modalità del programma. I leghisti (non tanto Salvini, quanto i vertici) avevano spinto per una serie di interventi telefonici a «porte chiuse» (magari con pezzi da novanta della Lega, tipo Zaia e Cota), mentre la Annunziata ha insistito sul filo diretto con gli ascoltatori, che prometteva qualche colpo di scena con interventi viscerali della pancia leghista all’ascolto. È quello che Radio Padania fa per diverse ore ogni giorno, ma «su Raitre, in un terra nemica, è tutta un’altra cosa», dicono a via Bellerio. «Magari chiama un pazzo che si mette ad attaccare Berlusconi, e sai quanta panna ci montano su dopo! - ci confida un padano di primo piano - Un conto è se sei su Radio Padania dove capita una telefonata così su cento, un conto è se succede proprio in quella mezz’ora su una tv nazionale. E poi chi ci dice che la sinistra non si organizzava per far chiamare gente dei loro e metterci in difficoltà? La Annunziata cercava proprio quello». Troppo rischioso, una trappola, ecco i sospetti dei leghisti anche sui forum della loro radio («In fin dei conti viene da Il Manifesto cosa ci si potrebbe aspettare?»). Quando è stato chiaro (solo all’ultimo per via di una non perfetta comunicazione interna...) che piega avrebbe preso il programma, si è scelta la via brusca dell’annullamento, con l’effetto di provocare le polemiche sulla Lega che «censura» la sua stessa voce. Su Radio Padania in realtà non c’è filtro e spesso telefonano leghisti «incazzati» (per il pantano romano, gli intoppi che rallentano la marcia etc), ma tutto sta nel gestirli con la conduzione. È chiaro che se questa è in mano alla Annunziata - ragionano i leghisti - la situazione può scappare di mano, essere strumentalizzata...
Il doppio binario della Lega anche in questa vicenda, con Salvini disponibile ad aprire i microfoni leghisti anche sulla Rai e una parte più circospetta, è la spia della frattura dentro la Lega tra movimentisti pro-voto e lealisti pro-Cav. Salvini, direttore dell Radio, non è certo tra i moderati filo-Pdl (ultimamente ha detto che la Lega potrebbe anche allearsi col diavolo, leggi Bersani, pur di fare il federalismo), e si colloca nell’area di Maroni, più insofferente rispetto alla fedeltà tout court al Cavaliere. È chiaro che questa parte della Lega è quella che teme di meno l’effetto dirompente che potrebbero avere alcune telefonate «arrabbiate» di leghisti (alla radio ne arrivano diverse, la base leghista ha molta fretta...) su Raitre. Più pruduente è l’ala di Calderoli, Stefani (fidatissimo di Bossi) e della cerchia attorno al Senatùr, convinto dai numeri di Berlusconi e quindi attento a non alterare gli equilibri con inutili polemiche. Prodotte, per giunta, dopo aver fatto entrare il nemico (la stampa di sinistra) dentro il quartier generale. Dopo l’intervista (con visita) della Padania a Bersani, un’Annunziata in via Bellerio rischiava di essere troppo.