Storace accende la Fiamma: «Non ci sto e merito rispetto»

Il senatore contro il leader: «Rivendicare la storia del Msi non è nostalgia. Si faccia un congresso: due in undici anni sono pochi»

da Roma

Francesco Storace non ci sta. E nel giorno della formalizzazione della svolta «europea» di Gianfranco Fini, sale sul palco e detta il suo affondo. I toni non sono quelli roboanti, a lui consueti. Ma il contenuto del suo intervento è limpido, diretto e affilato e svela malumori e tensioni politiche difficilmente componibili.
«L’identità non è roba da museo, rivendicare la storia dell’Msi non è nostalgia. È offensivo - attacca - associare la destra alla nostalgia. Anche io credo che un partito si debba evolvere ma non i suoi pilastri. Questo che viene delineato non è un partito nuovo ma un nuovo partito e io voglio sapere se questa è ancora casa nostra». L’ex governatore del Lazio invoca la convocazione di un nuovo congresso. Il motivo? «Due congressi in undici anni sono davvero pochi, è una questione di democrazia interna». E poi, aggiunge malizioso: «È necessario un congresso, del resto non c’è nulla da temere: attorno al leader c’è un consenso enorme che viene messo in difficoltà solo in qualche caffetteria...». Storace, poi, indirizza a Fini un invito al vetriolo: «Il prossimo fine settimana ci troveremo con tre o quattro amici a Fiuggi. Se ti va vieni pure a sentire. Non sono Bertinotti ma credo di meritare lo stesso rispetto». Cita anche la poesia «Itaca» di Kavafis che il presidente della Camera aveva recitato nel duello con Fini ad Azione Giovani. Prima della replica del presidente di An, Storace spiega così il senso della sua richiesta di «rispetto»: «Voi non ve ne siete accorti ma mentre parlavo - racconta ai cronisti - Fini sbuffava e faceva gesti. Deve imparare a rispettare i dirigenti. E poi quel passaggio sulla nostalgia non mi va giù: io sono quello nostalgico e loro sono i moderni quando poi sono Alemanno, Berlusconi e Fini a fare gli accordi con la Mussolini».
Fini rispedisce al mittente le lamentele con un secco «basta coi piagnistei» e chiude la porta al congresso. Ma negli ambienti storaciani si sottolinea come sia la prima volta che non viene approvato all’unanimità ma con un marcato dissenso - sia pure espresso tramite l’astensione - un documento presentato dal leader. Il senatore di An, insomma, tiene alta la guardia e si prepara a un weekend di fuoco con la convocazione a Fiuggi delle sue truppe. L’obiettivo è quello di creare un’area di minoranza che si chiamerà «Alla Destra», ma sempre all’interno di An. A meno che i rapporti con il leader non precipitino ulteriormente. I temi che verranno declinati a Fiuggi sono chiari. Storace dirà che non si può trasformare il partito in un’altra cosa senza un congresso perché l’assemblea nazionale non ha i poteri per farlo e, anzi, vive in perenne regime di prorogatio. Il senatore aennino ribadirà, poi, la necessità che gli elettori di centrodestra scendano in piazza, perché, per dirla con Carmelo Briguglio, «la funzione storica della piazza nell’Occidente è sempre stata quella della rappresentazione della politica. In questo caso di una politica di opposizione». La parola d’ordine diventa, quindi, quella di una lotta senza sconti portata avanti da una destra populista opposta alla destra moderata di Fini. «È per questo che ho preferito non prendere parte alla votazione» spiega Storace. «Perché il documento lo voteremo a Fiuggi questo sabato e domenica».